Conciliare lavoro e famiglia

puzzle conciliazioneIl tema della conciliazione del ruolo di genitore e di lavoratore è più che mai attuale, dato il prolungato periodo di crisi economica, che costringe molte famiglie a farsi i conti i tasca ed entrambi i genitori a tenersi stretto il proprio lavoro, organizzando la propria vita familiare di conseguenza, incastrando tutti i pezzi della propria vita in un puzzle che non combacia mai perfettamente.

Sono infatti la minoranza i genitori che possono permettersi di lavorare esclusivamente per passione. La maggiorparte, magari anche con passione, lavora infatti per necessità.

Ho l’impressione che l’aspetto economico venga spesso ignorato quando si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, e che si tenda a considerare chi si dedica ad entrambe le cose come un’egoista, carrierista, ambiziosa persona che vorrebbe avere, senza averne merito in nessuno dei due ambiti, “capra e cavoli” e non, semplicemente, una persona che non ha scelta.
Finché il problema sarà visto come un problema di pochi e non una realtà di tanti, temo che non si proporranno mai soluzioni efficaci.
La soluzione che sento proporre, in maniera esplicita o più spesso in maniera implicita, è sempre la stessa: un genitore, sempre la mamma, dovrebbe rinunciare in parte o totalmente al suo lavoro per crescere i suoi figli, oppure i genitori dovrebbero appoggiarsi a nonni, baby sitter o asili nido.

In altre parole, le soluzioni che la società si aspetta non prevedono una vera conciliazione, ma una rinuncia (spesso, appunto, non attuabile per motivi economici o perché no, per passione o gratificazione personale) del proprio lavoro oppure una delega del proprio ruolo di genitore.

Ma una vera soluzione di conciliazione, che permetta al genitore di continuare a svolgere il suo lavoro e nel contempo essere presente e partecipe della vita dei propri figli, può esistere?

Da quando sono diventata madre mi chiedo spesso come sia possibile conciliare lavoro e famiglia. Non ho ancora trovato La Soluzione, quella che tutti genitori che fanno gli equilibristi in bilico tra doveri professionali e familiari agognano di conoscere, per mettere finalmente a tacere le discussioni tra i loro sensi di colpa e le loro necessità economiche o ambizioni personali.

Tuttavia, ecco quello che ho capito sinora.

Ho capito che non si dice mai abbastanza e mai chiaramente che mettere al mondo un figlio cambia radicalmente e per sempre non solo la vita personale, ma anche quella professionale. Banale. Ma vero.
E, non me ne vogliano i [pochi] padri che fanno i giocolieri esattamente come le loro compagne, questo cambiamento avviene soprattutto nella vita delle donne, in maniera penosamente automatica, come conseguenza di una diseguale, atavica, suddivisione dei ruoli familiari. Si da infatti per scontato che con l’arrivo dei figli sia la donna a modificare il suo percorso lavorativo, riducendo all’osso non solo il tempo trascorso in ufficio, ma anche le sue aspettative di crescita professionale, in modo che possa correre trafelata a destra e manca per occuparsi della prole.

Ho inoltre capito che l’Italia non è la Francia. Ma neanche la Svezia, l’Australia o il Canada. Che le politiche adottate sinora nel settore del welfare, del sostegno alla famiglia e ancor piú della madre che lavora sono del tutto inadeguate, per non dire inesistenti. Che il fondamentale ruolo sociale che ricopre il genitore che si accolla la maggiore responsabilità di crescita, educazione e cura di un figlio non viene sostenuto né tutelato, in fondo neanche riconosciuto come tale.
Che il mantenimento dell’occupazione femminile dopo la nascita di un figlio non viene favorito né, purtroppo sempre più spesso, con la scusa della precarietà globalizzata, garantito, come succede invece altrove.

Ho capito che per rendere più facile la vita della mamma che lavora dovrebbero realizzarsi (possibilmente in contemporanea) alcune condizioni al contorno.

Innanzitutto una suddivisione equa dei compiti e delle responsabilità tra i genitori. Se il papà e la mamma si rendessero perfettamente interscambiabili e si occupassero a turno di tutte – ma proprio tutte – le attività di gestione e cura dei figli, ne trarrebbe vantaggio tutta la famiglia: i genitori avrebbero a turno dei momenti di tregua garantiti (e non, come spesso capita, elemosinati da madri stravolte dalla stanchezza che chiedono in ginocchio di potersi fare almeno una doccia..), potrebbero programmare il loro tempo modo più efficace ed organizzato, con ovvi benefici sulla continuità del lavoro e della cura della prole. Inoltre, la condivisione della responsabilità ridurrebbe il loro livello di stress da responsabilità (dovuto alla consapevolezza che se si dovessero prendere un raffreddore il mondo intero sprofonderebbe nell’oscurità per sempre). Ma più di tutti ne sarebbero felici i figli, perchè si moltiplicherebbero le occasioni per passare del tempo con entrambi i genitori, raddoppierebbero i loro punti di riferimento e imparerebbero con l’esempio cosa si intende per parità dei sessi.
Insomma: correre insieme per correre meno 🙂

In secondo luogo, la flessibilità dell’orario lavorativo, così come del luogo di lavoro.
Orari rigidi di ingresso e di uscita sul lavoro non si sposano con gli orari altrettanto rigidi degli asili o delle scuole, rendendo impossibile riuscire ad andare a prendere i propri figli all’uscita da scuola.
Nella mia azienda esiste la possibilità di usufruire di un “monte ore”: le ore lavorate oltre l’orario standard si accumulano e possono essere recuperate il giorno, la settimana o il mese dopo.
Abbiamo anche un orario di ingresso e di uscita flessibile, all’interno di una forchetta di quasi un’ora e mezza. Grazie a questi due grandi vantaggi ho la possibilità di andare a portare e prendere personalmente mio figlio al nido. È comunque un numero da circo, fatto di corse in macchina e semafori rossi non rispettati, ma riesco a farlo nonostante io lavori full time e guardandomi intorno mi rendo conto di essere molto fortunata.
Mi chiedo perché sono poche le aziende che concedono questo piccolo ma importante benefit, e perché le cavillose ed inutili iniziative statali sugli aiuti alle famiglie non lo rendano obbligatorio. In fondo non costerebbe nulla alle aziende (non si tratta di ore di permesso retribuito, dato che si recupera il giorno dopo) e tantomeno allo Stato.
Un po’ come il telelavoro, sia quello continuativo (cioè diversi mesi di lavoro da casa), sia quello intermittente, da attivare solo per pochi giorni, un giorno o anche mezza giornata, quando per esempio il figlio è malato o deve fare una visita specialistica. Purtroppo però le aziende misurano la produttività attraverso le ore di presenza in ufficio e tendono a considerare i lavoratori da casa come meno validi e produttivi dei lavoratori che timbrano il cartellino. Quindi il telelavoro non viene concesso o, in caso succeda, implica uno scotto da pagare: un arresto della carriera, o l’esclusione dal premio di produzione, o dai corsi di formazione (che sono peraltro obbligatori).
Nel migliore dei casi un giudizio negativo su chi l’ha richiesto, che penderà per sempre sulla sua testa.

Infine, la possibilità di avere aiuti esterni, pratici ed economici. Non tutti hanno la fortuna di avere i nonni abbastanza vicini o abbastanza in forma per potersi appoggiare a loro quotidianamente o almeno in casi di emergenza.
E gli altri, come fanno?
Perchè è facile dire che basta trovare una baby sitter, ma trovarne una di fiducia a cui affidare nostro figlio non è affatto semplice, e comunque va sempre pagata (a Milano una baby sitter referenziata full time, 8-18, chiede almeno 1500 euro al mese). E va pagata anche la retta del nido (sempre a Milano, il nido comunale costa sui 500 euro al mese, quello privato sui 750 euro).
Sono costi importanti per una famiglia media e nessun aiuto in tal senso viene dallo stato o dalle imprese.
Perchè non pensare ad aiuti economici per le mamme che devono rientrare a lavorare ma che lavorerebbero solo per pagare il nido e la baby sitter, come fanno in Australia, per esempio? Magari un consistente rimborso delle spese sostenute tramite detrazione d’imposta, un contributo mensile, oppure dei buoni lavoro orari da utilizzare all’occorrenza, magari ancora convenzionati con associazioni di assistenza certificate.

È pura utopia?

Io, che sono un’ottimista senza speranza di redenzione, penso che una soluzione al problema della conciliazione possa [debba] esistere e che la chiave per trovarla sia parlare del problema, portarlo all’attenzione della gente, dei media, dei politici, degli imprenditori e dei genitori stessi.
Nel condividere le proprie esperienze, quelle virtuose e quelle fallimentari, proporre soluzioni, provare a realizzarle .

Per esempio segnalo alcuni interessanti punti di vista sul tema di due mamme della rete:
La conciliazione impossibile dal blog di Bellezza Rara, nel quale il tema è trattato diffusamente anche in altri post (qui, qui e qui, per esempio).
Conciliazione, Lavoro e Maternità dal blog di Mammachetesta

E voi, cosa ne pensate? Riuscite a conciliare il lavoro con la famiglia? E se sì, come?

[Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna Bambino]

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29 thoughts on “Conciliare lavoro e famiglia

  1. Io non concilio proprio. Corro tutto il giorno. Per poi sentirmi stanca morta. E a lavoro?? Elemosino un part time di 5ore e 15 con uno sconto di 2 ore rispetto ai colleghi e mi sento dire quotidianamente che “lavoro la metà”. Sinceramente ? Il mio lavoro non mi fa impazzire ma almeno ho un buono stipendio. La sera prego che i miei figli stiano sempre bene, che io e mio marito anche.. E che mi lascino il part time così da poter correre trafelata a prendere i bambini a scuola.

    • L’atteggiamento dei colleghi e dei capi alimenta lo stress da conciliazione: quando usufruivo delle ore di allattamento facevo 6 ore di fila, non pranzavo neanhe, ma mi trattavano come una privilegiata che se la spassava tutto il tempo.

  2. Se non ci fossero i nonni per me sarebbe un bel problema, ora sono anche incinta del secondo e stare dietro al primo è già molto faticoso, non oso pensare cosa sarà tra pochi mesi.
    Ti do ragione su molte cose, soprattutto sul fatto che lo stato si aspetta che siano i nonni a risolvere il problema della conciliazione, ma chi non ha i nonni come fa?
    I genitori di mio marito ed i miei vivono nella nostra stessa città e ritirano il bambino dall’asilo tutti i pomeriggi alle 15 dagli uni o dagli altri, così noi paghiamo una retta più bassa e lui passa del tempo di qualità con loro. Io non mi sento in colpa a lasciarlo con i nonni, sembra felice e sereno e mi auguro che lo sia davvero. Quando torno a casa verso le 18.30 mia suocera e mia madre mi fanno anche trovare le cose stirate e pure la cena pronta!!!
    Non so proprio come farei senza!!

  3. Beata te che hai il monte ore, anche io ho i nonni lontani e devo pagare una baby sitter che li porta al nido e li riporta a casa, perchè sia io che mio marito rientriamo tardi.
    Quello che dici sulle difficoltà economiche è verissimo, tutti mi dicono di chiedere un part time, ma poi, con il mutuo e le spese, non riusciremmo a sopravvivere!!!
    Che vita potrei garantire ai miei figli???? Io lo faccio anche per loro, spero che da grandi capiscano che se li mando al nido è perchè non ho scelta!!
    Bel blog, ti seguirò volentieri.

  4. Io corro tutto il giorno da anni, prima col nido, poi la materna e ora le elementari!!
    Ti assicuro che quando crescono è pure peggio, perchè sono ancora piccoli per essere laciati a casa a soli e senza nonni vicino ho dovuto per forza chiedere un part time verticale (3 giorni lavoro fino alle 18.30 e i bimbi li prende mio matito che fa i turni, 3 giorni stanno con me dopo la scuola). Ora va meglio, sto piú tempo con i miei figli e me li godo. Però i soldi sono meno e si sente..e mio marito non lo vedo mai!!
    Ti ho notato tra i blog di donna moderna, complimenti per il blog!
    Rosella

    • Benvenuta Rosella!!
      Non mi consola sapere che col tempo si corre ancora di più, tra scuola e attività come si fa senza qualcuno vicino?
      Il part time verticale è una buona soluzione, ma come giustamente dici tu, vuol dire anche part stipendio!

  5. Corriere insieme per correre meno mi piace moltissimo! Il problema, nella realtà, è anche che, dati alla mano, gli uomini sono quelli che nella coppia guadagnano di più e, quindi, sono meno disposti a sacrificare la “carriera” non solo per ambizione personale, ma anche per continuare a mandare avanti la baracca. Ho conosciuto coppie che effettivamente avevano provato ad organizzarsi in questo modo, col risultato però di avere due carriere completamente bloccate, invece che una sola.
    Il tema, purtroppo, è pesante. Anche io, come tutte, ho la mia storia (figlio piccolo, marito super full time, niente nonni disponibili), e da pochissime settimane ho iniziato uno strano esperimento di telelavoro part-time. Funzionerà? Lo scopriremo solo vivendo.

    • Ciao Carlotta, benvenuta!
      E’ vero che la maggiorparte dei padri guadagna più delle loro mogli (ricordo che se nella stessa azienda due persone con lo stesso ruolo e responsabilità ma di sesso diverso guadagnano meno l’azienda è passibile di denuncia), ma è perchè i padri fanno più in fretta carriera perchè si fermano di più sul lavoro e perchè il metro di giudizio è tarato sulle ore passate in ufficio e non solo sul risultato.
      Se tutti i padri tornassero a casa prima (iniziando magari anche solo con mezzora prima, che alle mogli farebbe una grande differenza) la mentalità aziendale e quella maschile cambierebbe in fretta.
      Io ci credo.Iniziare a farlo tra le quattro mura di casa propria è un primo grande passo.
      Grazie per avermi linkato nel tuo post e in bocca al lupo per la tua nuova avventura!

  6. Pingback: CONCILIAZIONE È (ANCHE) #FAIILPAPÀ? | Diario di una mamma (dopo) l'anno sabbatico

  7. Non sono ancora mamma, ma per questo mio malgrado ho deciso di lasciare l’ Italia… E mi spiace dirlo, mio figlio\a verrà in Italia solo per le vacanze con i Nonni. Qui nonstante viva in una delle provincie più arretrate, esiste il uno stato sociale che assiste le mamme e le figlie. Le doonne pregnant…sono una risorsa da valorizzare e la mia azienda le aiuta tantissime. Preferisco che mio figlio\a (se e quando arriverà), cresca in un contesto così, con amici e gente da tutto il mondo in un vero contesto di ricchezza, e che non io non sia discriminata per avere solo un’utero… Mi spiace mi sono autoesiliata ma non voglio un futuro così per me e la mia famiglia… Per quanto riguarda il caso Italia, basterebbe che tutte le donne lavorino, si attiverebbero così dei circoli virtuosi da creare occupazione. Ma siamo indietro… e l’ unica soluzione è la fuga… Una stritolata al pimpi 🙂 (ps ti devo parlare asap)

    • La realtà che descrivi la capisco bene e sono d’accordo, le madri sono risorse da valorizzare. Ma fuggire non è l’unica soluzione, altrimenti come si possono avviare circoli virtuosi? Ammetto tuttavia che sempre più spesso mi chiedo se l’Italia sia pronta per un cambiamento simile, o se proprio perchè di questi temi si parla sempre di più, questo non sia già segno che qualcosa stia cambiando. Io lo spero e cerco tutti i giorni di metterci del mio.
      (skype questo we?)

      • ti scrivo in pvt… (sono una rotation shift woman ora darling), Non credo nei cambiamenti sopratutto dopo che la BBC ci ha preso per i fondelli ieri sera (no comment)

  8. Ciao Cate, ho partecipato anch’io al blog tank e vedo che siamo tutte sulla stessa linea: basta cercare “surrogati” alle mamme, noi vogliamo occuparci dei nostri figli e lo Stato e i nostri Politici devono promuovere leggi che ce lo consentano!
    Sono felice di questi contributi, facciamoci sentire!!!
    Un abbraccio,
    ClaraBelle

  9. La mia opinione è che conciliare sia impossibile. O la famiglia o la carriera vanno messi da parte, perchè altrimenti si rischia di fare male entrambe le cose.
    Non capisco chi antepone la carriera all’interesse dei propri figli: io preferisco crescere le mie bambine che stare ore e ore in ufficio inseguendo un posto che tanto non mi daranno mai perchè sono donna. E dove vivo io (provincia di Caserta) con uno stipendio si vive in 2, in 3 ed anche in 4, magari rinunciando a qualcosa, ma mi sacrifico volentieri per il bene dei miei figli!!!
    Le cifre che scrivi tu sono impossibili, meglio cambiare città!!

    • Cambiare città non è proprio come cambiarsi i calzini, soprattutto dopo che nascono i figli. Però hai ragione, le cifre sono proprio esagerate.
      Quanto alle madri che antepongono ai figli la propria carriera, sono d’accordo con te, non le capisco. Io parlavi delle mamme che invece cercano di portare avanti sia il lavoro che la famiglia, con grande fatica e talvolta solitudine.

  10. Mi sono permessa di linkare il tuo post ad uno mio di oggi. Il sabato di solito raccolgo sotto la voce #noivaliamo tutto quello che leggo in settimana su noi donne-madri e su quanto è difficile è esserlo.
    Bellissimo post, grazie!

  11. sono arrivata a questo tuo post dal blog della solita mamma. La conciliazione lavoro/famiglia è un argomento che suscita in me sempre molto interesse e quindi l’ho letto volentieri. Devo dirti che è un post molto ben scritto, che condivido in toto quel che hai scritto, hai fatto un’ottima analisi. Il tuo post si conclude con la richiesta della ns. esperienza. Ho colto la palla al balzo e ne ho parlato giusto oggi, citando il tuo post. Spero non ti dispiaccia. Un saluto. Tornerò a leggerti senz’altro.

  12. Ho letto i post e i commenti sul tema e…mi sono un po’ spaventata!
    Da mamma di un bimbo piccolo che ha fatto la scelta di “rimandare” il rientro per stare ancora un pochino con lui, spesso mi sento non capita e anche giudicata e allo stesso tempo mi domando timorosa come sara’ “il dopo”.
    “Ma quando rientri al lavoro?” sembra essere la frase standard e quando cerco di spiegare che preferisco godermi ancora qualche mese con mio piccolino, visto che poi in futuro non ci sara’ molto tempo per farlo, vengo liquidata con un “ah beh se te lo puoi permettere…”
    Certo sono fortunata, non sono (per ora) obbligata a rientrare per evitare il pignoramento della casa!Iin famiglia abbiamo fatto i nostri conti e deciso di “stringere la cinghia” un pochino perche’ per noi ne vale la pena.
    Ma la mia scelta e’ anche una pausa per cercare di trovare, prima del rientro, un nuovo equilibrio con me stessa e il mio nuovo “io”.
    Prima di entrare in maternita’ ero una di quelle “sempre reperibile” per il lavoro, le serate, i we non si contavano, ora so che, come dici tu, la mia vita e’ cambiata completamente ma non so se la mia azienda riuscira’ o vorra’ capirlo. E non so nemmeno se io stessa riusciro’ ad accettare questa nuova me che ora, inevitabilmente, e’ madre prima che professionista, se riusciro’ a conciliare i miei sensi di colpa per il tempo sottratto al mio bimbo con quelli per la “non completa dedizione” all’azienda.
    Perche’ io sono sempre stata quella che dava il 100% (e anche qualcosa in piu’), ma se lo dai come madre come puoi darlo anche come lavoratrice?
    Scusami…ho fatto un poema…ma era qualcosa che dovevo tirar fuori…:(

    • Ho vissuto le stesse ansie al mio rientro al lavoro. Io sono rientrata che Pimpi aveva 6 mesi, ho lavorato 2 mesi e mezzo e poi ho preso altri 2 mesi e mezzo (d’estate) di maternità facoltativa per stare con lui. E’ stata una delle scelte migliori della mia vita, anche se mentre la vivevo mi chiedevo ogni tanto come sarei potuta rientrare nel mondo del lavoro e che tipo di lavoratrice sarei diventata, ora che non avrei potuto mai più garantire i ritmi di lavoro serrati a cui avevo abituato l’azienda.
      Ho sempre lavorato per due, ora lavoro per una. E spesso vengo guardata come se lavorassi meno del dovuto, dato che è comunque meno dello standard entro il quale l’azienda mi aveva ormai catalogato.
      Ma le cose cambiano. Gli equilibri con esse.
      Pensavo sarebbe stato più difficile trovare un nuovo equilibrio, invece, anche se con fatica, lo si trova.
      Io penso poi che se una persona è abituata a dare il 100% continuerà sempre a darlo, compatibilmente con il tuo nuovo ruolo. Nell’orario lavorativo sarai al 100% lavoratrice impegnata e affidabile come sempre, a casa 100% mamma.
      Certo, ovviamente, di corsa! (ma noi donne siamo corridori inside!)
      Grazie per la tua riflessione e fammi sapere come va 🙂

  13. Ciao, questo post e’ un po’ datato ma io ti ho scoperta soltanto ora.
    Visto che nel tuo post, molto ben scritto, chiedi esperienze, ti riporto la mia (nostra).
    Sono un’ingegnera, mio marito e’ un ingegnere.
    Noi da subito abbiamo deciso di non correre affatto, perche’ le cose con calma ( e lo sappiamo bene facendo il lavoro che facciamo) vengono meglio.
    Una cosa per volta, a turno, seguendo possibilmente le inclinazioni personali proprie e soprattutto, dove si arriva si segna.
    Per entrambi non si e’ mai posto il problema.
    Viviamo a migliaia di km dai nostri genitori e ci siamo organizzati cosi’.
    Quando e’ nata nostra figlia io sono rimasta a casa 6 mesi e poi ho usufruito delle ore di allattamento di legge per uscire alle 14.00.
    Dall’eta’ di 6 mesi nostra figlia ha frequentato il nido e fino ai suoi 11 mesi lo ha fatto andando part time fino alle 14.00.
    Quando mia figlia aveva 11 mesi ci siamo trasferiti per una buona offerta di lavoro fatta a me.
    Trasferiti, io ho cominciato a lavorare full time, mio marito e’ rimasto a casa con la bimba per due mesi per seguirla nell’inserimento al nuovo nido e poi trovare lui stesso un nuovo lavoro.
    Una volta inserita e trovato il lavoro, abbiamo scelto un sistema misto nido-babysitter in modo da avere, per quando lei sta male qualcuno che gia conosciamo e di cui ci fidiamo a lasciarla.
    La stessa babysitter viene anche chiamata per le nostre uscite bimba free.
    La cosa devo dire che ha sempre funzionato in piu’ la babysitter nelle ora che sta a casa e bimba dorme viene anche pagata per fare le pulizie e stirare.
    Tutto tempo che rimane per noi!
    Nell’organizzazione di tutti i giorni io arrivo al lavoro presto (le 8 scarse), lui accomapagna la bimba al nido alle 8.30 e poi va in ufficio in bicicletta.
    Io alle 16.40 in punto esco dal lavoro e la vado a prendere al nido Alle 5 siamo a casa.
    Lui torna per le 7/7.30.
    Il venerdi bimba sta a casa con la babysitter, io posso arrivare un po’ piu tardi e anche fare piu’ tardi se devo.
    Il venerdi, possiamo anche rimanere fuori childfree tanto bimba e’ a casa, giocata, lavata, mangiata e mesa a nanna.
    Non capita quasi mai, ma e’ bella l’idea di averla come opzione.
    Entrambi amiamo il nostro lavoro e nostra figlia, riusciamo a portare avanti progetti molto complessi, non vedo perche’ non ci si possa organizzare per avere una vita tranquilla e crescere una figlia nel migliore dei modi.
    Nessuno dei due corre, se non per fare jogging (preferibilmente insieme) in pausa pranzo.
    Siamo tutti e tre felici e soddisfatti.
    Per ora, con bimba di due anni e mezzo la cosa funziona, quando sara’ piu’ grande e cambieranno i suoi orari (e magari avra’ una sorella/fratello), ci riorganizzeremo di conseguenza, con le risorse e i tempi che avremo.
    Scusami per il commento lunghissimo, spero di aver fornito uno spunto di riflessione, per ognuno l’equilibrio e’ diverso, ma volendo si trova.
    Certo la base deve essere l’uguaglianza dei partner, e’ imprescindibile, bisogna prima di tutto crederci ed essere flessibili, molto flessibili, perche’ la societa’ intorno a noi puo’ anche cercare di imporre le regole che vuole, ma la vita e’ nostra e sti gran (cavoli?!!) della societa’.
    Al massimo si cambia societa’.

  14. Ah dimenticavo…
    Quando sono in viaggio di lavoro, funziona tutto uguale tranne che la baby sitter va a prendere bimba al nido alle 17.30 e sta con lei fino alle 19.00 quando rientra il papa’.
    Oppure se puo’ il papa’ usufruisce di qualche ora di congedo parentale ed esce prima in modo di essere al nido alle 17.30.
    Se e’ in viaggio lui, tutto uguale all’inverso.
    Finora lui non e’ mai dovuto partire, io poche volte e sempre per pochi giorni.
    In futuro dovessimo partire per uno o piu’ mesi consecutivi vedremo.
    L’idea potrebbe essere quella di uno dei due di usufruire di parte dell’anno sabatico che abbiamo a disposizione e partire tutti e tre. Vedremo.
    Ora proprio basta che non ho mai scritto cosi’ tanto in vita mia!

    • Grazie della tua esperienza, siete davvero ben organizzati! Posso chiederti se vivete in Italia o all’estero?
      Anche noi siamo 2 ingegneri, ma lavorando nel mondo della consulenza entrambi, abbiamo dgli orari pazzeschi. Io li ho ridimensionati ma tra orario d’ufficio e spostamenti non riesco ad essere al nido prima delle 17.45. Nido + baby sitter al momento non possiamo permettercelo, per emergenze prendiamo ferie a turno.
      Spero davvero di trovare un equilibrio prima o poi! Benvenuta!

  15. Uhmm, in effetti viviamo in UK.
    Pero’ abbiamo amici che in Italia sono organizzati piu’ o meno allo stesso modo.
    Nei nidi privati non ti permettono di pagare soltanto 4 giorni?
    O soltanto che ne so due giorni completi e 3 mattine e poi far fare alla bb il resto?
    E cmq e’ proprio un discorso di flessibilita’, noi riusciamo bene perche’ qui il sistema e’ molto flessibile.

    • Sì penso anche io sia una questione di flessibilità. Qua i nidi privati sono molto rigidi, alla fini sono molto simili ai comunali (i migliori sono accreditati dal comune come nidi convenzionati).
      Sappi che invidio moltissimo il welfare inglese!
      Baci!

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