Cantare, stonare, ridere

Ho già scritto di quanto sono legata a mia nonna e a tutti gli insegnamenti che mi ha trasmesso.
Ma non di quanto io senta di somigliarle, non solo nel nome.
Una delle tante cose che avevamo in comune era la voglia di cantare, anche se entrambe eravamo stonate come campane ammaccate.

Una delle ultime volte che siamo state insieme noi due sole l’ho accompagnata in chiesa per la recita del rosario.
Lei aveva un modo discreto di dimostrare la fede e negli anni precedenti non l’avevo mai vista andare in chiesa in un giorno diverso dalla domenica. Invece era giovedì, un caldissimo giovedì di luglio.

Siamo andate insieme nella minuscola chiesetta dietro casa sua e ci siamo sedute nell’ultima panca di legno, praticamente sull’uscio.
Sgranava il rosario seria senza girarsi mai a guardarmi. Io studiavo i volti degli anziani e le tavole di legno della via crucis per passare il tempo, giocando con il piccolo rosario fluorescente che mi aveva prestato, suo ricordo di un viaggio a Lourdes, e godendomi il fresco.
Finito il rosario faccio per alzarmi, ma lei mi tiene per il polso, come faceva quando ero bambina quando attraversavamo la strada, e mi dice: “Ora cantiamo”, con un tono che non ammette repliche.
Vabbè, penso: abbiam fatto trenta, facciamo trentuno.
E pensare che potrei stare in spiaggia con il mio amorazzo estivo a (sper)giurarci amore eterno. Ma vabbè, mettiamo da parte la lotta ormonale e cantiamo.

E cantiamo. Stonando. E mica a bassa voce. A piena voce, a pieni polmoni.
Praticamente, urlando.
Lei rigida, appoggiata alla panca davanti con le mani e con gli avambracci tesi, come se stesse tenendo un comizio in rima.
Io, dall’animo rocchettaro, parecchio più fluida, ondeggiando e dondolando al ritornello di “Osanna eh! Osanna ah!”.
Le signore sedute davanti, a cui stavamo beatamente scassando i timpani [et al], ci lanciavano sguardi di disapprovazione come se stessimo urlando bestemmie, ma noi continuavamo, sfacciate. I nostri sguardi si incrociavano complici.
Ricordo ancora la sensazione di liberazione e di allegria che ho provato. Ero euforica!

Sulla strada di ritorno le dissi, irriverente come al solito:
“Nonna, ma lo sai che sei proprio stonata?”
E tue puru [Anche tu]”, disse.
“Ma perché sei voluta restare a cantare?”
Proitte nd’aìu gana [Perché ne avevo voglia]. E pro ìdere cussas feminas infadadas! [E per infastidire quelle donne!].
E rise. Non abbozzò un sorriso dietro agli occhiali spessi, come faceva di solito.
Rise proprio di gusto, con tutto il viso e con i pomelli pieni e rosati.
Lei, generalmente così severa, così seria, che godeva nell’infastidire altre vecchiette. Lei che nel linguaggio di tutti i giorni usava a piene mani l’ironia (e mai il sarcasmo), ma non rideva quasi mai.
Scoppiai a ridere anche io e ridemmo insieme fin dentro casa, fino alle lacrime . 🙂

Così, ogni volta che canto a squarciagola, squittendo come un topo preso in trappola, steccando le note più alte, ma anche quelle più basse, e perché no quelle medie, mi viene da ridere e mi prende la stessa euforia di quel giorno, quel senso di leggerezza e liberazione che per me è droga pura, da consumare preferibilmente in macchina ferma al semaforo.

Stamattina per esempio avreste dovuto sentirmi cantare squittire questa, una delle mie preferite.
Vi lascio solo immaginare.

Una performance degna del miglior topo urlante del mondo intero.
Un fastidio pruriginoso per tutte le signore bigotte e scandalizzabili del pianeta.
Una sevizia per le orecchie. Un’offesa alle corde vocali.
Il suicidio del cigno prima ancora del suo ultimo canto.

Ma.

Che voce.
Che grinta.
Che energia.

Tutta mia nonna! 🙂

Song: What’s up (4 Non Blondes)

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15 thoughts on “Cantare, stonare, ridere

  1. Ti giuro che non so se ridere o piangere!
    Questo post lo adoro! E’ semplicemente fantastico e mi ha fatta ridere e insieme ricordare la mia nonna!
    Grazie mille e…un caro augurio per una notte di riposo!;)
    Fra

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