La Cabala

Sonno cabala.jpgCome sapete, mio figlio non è un dormiglione. 
No, momento. 

Detta così suona fin troppo leggera. 

Riprovo. 

Come sapete, mio figlio si sveglia dalle 5 alle 15 volte per notte.
Ne ho parlato qui, qui e qui, ma non solo, i suoi risvegli notturni compaiono anche in altri post, a dimostrazione del fatto che la carenza di sonno mi rende noiosa e monotematica.

Sono tante altre le conseguenze di una carenza di sonno prolungata per 17 lunghi mesi, alcune delle quali iniziano a far sentire i loro effetti solo ora.

Una permanente e rognosa irritabilità, l’alone grigiastro ormai tatuato sotto gli occhi, che ha una preoccupante tendenza ad estendersi verso le guance, rendendomi affascinante come la sposa cadavere. Le ginocchia che tremano già al momento del risveglio, il mutismo galoppante in situazioni che richiedono una certa socialità, tra cui, ovviamente, le riunioni di lavoro. La vista appannata, la decadenza fisica, intellettiva e anche un po’ emotiva, dato che l’altra sera ho pianto guardando Shaun the Sheep. Davvero.

Se avete figli e pensate che io esageri avete probabilmente dei figli che dormono, la notte.

Voi, che mettete vostro figlio di 3 mesi a dormire alle 21 e avete intere notti di sonno da godere, fino alle 8 del mattino dopo, e intere giornate da vivere con una certa lucidità mentale.
Voi, che non sapete cosa significhi trascinarsi per mesi (anni!) come zombie con 3 o 4 ore di sonno alle spalle, ovviamente, tengo a precisarlo, non continuative.

Voi, che quando vi dico che mio figlio si sveglia ancora di continuo mi guardate con lo sguardo di chi pensa sia a causa di qualche mio comportamento errato, a causa di qualcosa che faccio e che sicuramente voi non fate perché siete più brave e più furbe.
E se vi dico che si addormenta da solo, nel lettino, al buio e in pochi minuti, che quando si sveglia mi avvicino solo se piange ed è sveglio (lo trovo sempre in piedi), non gli parlo, lo giro su un fianco, gli do il ciuccio, una carezza e me ne vado, sempre al buio, non mi credete e alzate il sopracciglio della sicumera e dite che dovrei farlo piangere ad oltranza come avete fatto voi (e poi parlando con il vostro compagno scopro che “oltranza” per voi è stato 5 minuti la prima notte, ah!).

Voi, che quando vi dico che i risvegli sono fisiologici e che passerà [così promettono pediatri, educatrici e chi c’è passato prima di me – tantissimi, peraltro], mi dite che non non conoscete altri bambini che si risvegliano così spesso.
“Ah no, aspetta, c’era quel bimbo lì, il figlio di quella tizia strana -forse era alcolista- col marito che la picchiava, ecco, sì, il figlio si risvegliava ripetutamente come il tuo. Ma va beh, ovvio che i bimbi dormono male se non sono sereni”.
Ecco, ma grazie.
Così ora, negli intervalli tra un risveglio e l’altro posso restare sveglia a pensare che mio figlio non sia sereno. Ah, la solidarietà.

A Voi, belle, truccate e riposate, che vi beate della vostra bravura di perfette educatrici del sonno di fronte ai miei occhi stanchi e arrossati ed alle mie palpebre cadenti.
A Voi vorrei solo far notare una piccola cosa. Piccolissima.

Non è. Merito. Vostro.
Eh no, Signore mie.

Non è merito del vostro metodo infallibile (che tra l’altro funziona solo con vostro figlio) o della vostra fermezza di polso (come se le altre mamme fossero tutte lobotomizzate e prive di spina dorsale), o dell’infinito amore con cui avvolgete vostro figlio (come se le altre mamme fossero la trasposizione umana della Regina Cattiva).

Non è merito dei libri che mi avete consigliato di leggere e che ho pure letto nel cuore della notte, con un’attenzione e un’interesse per le testimonianze di altre mamme neanche stessero svelando il segreto di Rubik e del suo malefico cubo.

Il fatto è che vostro figlio avrebbe dormito comunque.
Con Tracy Hogg, Carlos Gonzales, Elizabeth Panthley, Brazelton, Sears e addirittura con Estivill (che si è pure rimangiato quello che ha scritto). Avrebbe dormito anche senza alcuno di questi metodi: al buio, alla luce, nel rumore e nel silenzio, cullato in braccio o abbracciato al suo coniglio nel lettino.

Il fatto è che avere dei figli è una Cabala.
E i figli sono come la scatola di cioccolatini di quello stordito di Forrest: non sai mai quello che ti capita.

Lo sanno bene le mamme che pur avendo educato due figli nello stesso identico modo, si sono ritrovate con un figlio che la notte faceva un’intera tirata dopo poche settimane di vita e con l’altro che si risvegliava numerose volte sino ai 2 anni ed oltre.
Lo sanno bene anche le mamme che, come me e Grazia, pur avendo dato alla luce un bambino sensibile, amplificato e iperattivo, hanno provato diversi metodi e gran parte della medicina omeopatica oggi esistente, senza alcun risultato apprezzabile.
Qualche volta, come è successo a noi due, ci è stato confidato dalle nostre mamme di essere state noi stesse delle bambine amplificate (l’ho già detto che è una questione di DNA, no?).

Quindi, ammettetelo una volta per tutte, mamme di bimbi dormienti, per la sanità mentale di tutte le altre mamme che non sono state tanto fortunate.

Non è merito vostro.

Voi avete certamente fatto del vostro meglio, esattamente come ogni mamma fa, ma i vostri figli ce l’hanno scritto nel DNA se sono bimbi da manuale o bimbi fuori dagli schemi, se sono sensibili o adattabili ad ogni piccolo cambiamento, se amano ronfare o stare svegli e sempre all’erta, per non perdere neanche una virgola di mondo.

È semplicemente destino.

E Voi avete avuto, semplicemente: CULO.

[Faccio parte anche io del Comitato Liberazione Mamma, ideato da 50 sfumature di mamma per  raccontare, nei 30 giorni prima della festa della mamma, anche di quanto possa essere difficile ed inaspettatamente complicato essere madri.]

Grazie

Dopo mesi di preoccupazione e settimane di apnea nell’attesa di un responso finale, è arrivata la notizia, la più bella che un genitore possa ricevere.

Quando un figlio sta male il carico emotivo che grava sui suoi genitori è difficile da gestire, col passare del tempo le risorse emotive e fisiche si consumano e talvolta corrono il rischio di esaurirsi del tutto.

Mantenere l’ottimismo e sforzarsi di pensare positivo, seppur nella consapevolezza della situazione, aiuta moltissimo, mentre minimizzare il problema, soprattutto se a farlo sono le persone che ci dovrebbero sostenere, può essere controproducente, perché aumenta l’isolamento del genitore, che non riesce a condividere il proprio stress emotivo con chi lo circonda e lo fa sedimentare sul petto in un grosso macigno.

Aiuta l’affetto e la vicinanza delle persone care.

Aiuta sostenersi a vicenda, anche se a volte è difficilissimo e l’unica cosa che si finisce per fare è riversarsi addosso l’un l’altro le proprie paure e il proprio senso di ingiustizia, perché al mondo non c’é nulla di più ingiusto di un bambino che sta male.

Martedì scorso è stato il giorno più bello della nostra vita e resterà il punto di partenza per una nuova vita, in cui mi auguro di dare sempre il giusto valore alle piccole e grandi difficoltà, e di non dimenticare mai di ringraziare per la fortuna che abbiamo avuto.

L’ego della collettività e #3cosebelle nonostante tutto

Questa è stata una settimana difficile.

Tu hai avuto di nuovo la febbre a 40, la sesta malattia (forse/chi può dirlo?/di sicuro non la tua pediatra) ed è spuntato il 13esimo, cattivissimo, dentino.
Ne mancano solo 7 alla fine di questa agonia (tua e nostra), che è iniziata quando avevi 5 mesi.
Ogni dentino 2 settimane di sonno perso, tragedia, pessimismo e fastidio. Che se venissero fuori tutti insieme farebbero un gran favore a tutti, vicini di casa compresi.

Il lavoro: trascurato, cumulato, fatto a singhiozzi e di fretta.
Accompagnato da un senso di sconfitta perchè non riesco a conciliare un bel niente.

Parallelamente i risultati delle elezioni, che mi hanno lasciato un forte amaro in bocca.
L’amaro di scoprire che, nel paese in cui io e tuo padre ti abbiamo fatto nascere e abbiamo deciso di farti vivere, la politica continua ad essere fatta di slogan, di propaganda, di urla, insulti, latrocini e loschi interessi.
E che gli elettori, molti dei quali derisi, tartassati e disperati, abbiano deciso di scegliere ancora tutto questo, con o senza coscienza di farlo.
Che la dignità delle persone, delle donne, dei bambini, degli anziani e dei lavoratori non sia un valore da condividere e difendere all’interno di un partito. Tantomeno i diritti e le necessità delle minoranze (ma ormai, anche delle maggioranze, checchè vogliano illudersi che non sia così).

Sono preoccupata per il tuo futuro, per il nostro e per quello dei nostri cari.
Perché il futuro che ci aspetta non è certo, non è prospero, non è roseo.
Non è nulla di quello che vorrei per te.

E non solo perché probabilmente torneremo a votare senza che si capisca che il sano compromesso ed il buon senso (civico) sono necessari per governare uno stato e per curare, almeno in parte, il tumore aggressivo che ha colpito il nostro.
Ma soprattutto perché ai margini dei risultati di queste elezioni ristagna la spaccatura interna del nostro paese, in cui le persone hanno un ego fortissimo e prevaricante e non sanno andare d’accordo per il bene comune.
Perchè è questo quello che conta, no? Il bene comune.
Non il tuo o il mio o quello del vicino. Ma il bene di questa collettività a cui apparteniamo, perchè siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo stringerci e sostenerci per non affondare, come farebbe una coppia di innamorati in crisi, e non spintonarci e insultarci a vicenda per prendere il timone, o, ancora peggio, per andare alla deriva mentre siamo impegnati a litigarci addosso.

Sarebbe troppo sperare in un sano ego della collettività sul modello giapponese?
Mettersi seduti, tutti insieme, per fare almeno quelle poche leggi che servono davvero alla nazione (legge elettorale, conflitto di interessi, ridimensionamento dei costi della politica)?

Fare tutti, nel nostro piccolo, del nostro meglio?
Perchè c’è ancora molto da fare e ognuno di noi ha il dovere civico e morale di impegnarsi per fare di più, ogni giorno.
Io lo farò, per darti il buon esempio e farti capire come il singolo fa la differenza, ma che l’obiettivo deve essere comune.
E lo farò perché ci credo ancora.

Nonostante l’umore sotto le scarpe, questa settimana ha portato con sè anche #3cosebelle (credits to @Fraintesa), che mi hanno fatto sorridere quando non me l’aspettavo:

  • chiacchierare in pimpilese con mio figlio, scoprendo che quello che dice inizia ad avere un senso e sentire un tuffo al cuore per l’emozione 😀
  • pianificare un incontro con affinità elettive presso il #bidonedellamicizia e ridere sotto le coperte leggendo i nostri scambi di email adolescenziali e leggeri
  • aver trovato nella posta il regalo di Iwona e di suo figlio Fede: GRAZIE, è stata una bellissima coccola e mi hafatto davvero bene al cuore!

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Sul perché la vita sociale dei genitori di figli piccoli rasenta lo zero assoluto

Eravamo la classica coppia senza figli piena di impegni e con una vita sociale intensa, incastrata in un calendario sempre troppo corto, dove nei week end c’era sempre una gita fuori porta o un viaggio da fare, amici da andare a trovare, posti nuovi da visitare, concerti, mostre, aperitivi, birrette.
Eravamo sempre in movimento. Facevamo cose. Vedevamo gente.

Pensando a noi come genitori, ci immaginavamo la classica “coppia sportiva”, quella che porta i propri figli con sè a qualsiasi ora del giorno e della notte, che continua ad andare alle feste ed alle serate con gli amici anche con un neonato, quella che anche diventando famiglia non avrebbe mai e poi mai rinunciato ai vecchi ritmi ed alle vecchie abitudini, al limite li avrebbe adattati un po’.
Ma poco.
Impercettibilmente.
Giusto uno Zic.

Poi siamo diventati genitori. Nello specificio, genitori di un figlio che a meno di un mese di vita ha rischiato di soffocare di reflusso silente e che per i due mesi successivi è stato attaccato ad un dispositivo che ne controllava il respiro e il battito cardiaco.
Un bel calcio d’inizio. Sui denti [o nel culo, vedete voi].
Un figlio meraviglioso e amplificato, per usare un termine che ho scoperto solo dopo diversi mesi essere un termine medico e non una originale definizione della pediatra.
Un figlio dal sonno intermittente e dai numerosi risvegli notturni. Capitato proprio a noi.
Come se ad Obelix nascesse un figlio vegano: non te lo spieghi, non te ne fai una ragione.

Avendo i parenti lontani e lavorando entrambi, abbiamo dovuto riorganizzare la nostra vita basandoci solo sulle nostre forze, cercando di fare il meglio che potevamo e di godere della compagnia dell’adorabile nuovo arrivato senza farci prendere dallo stress e rallentando i ritmi.
Le parole d’ordine della nostra nuova vita da genitori sono diventate:
Sopravvivere & Semplificare.
Abbiamo necessariamente dovuto dare delle priorità alla nostra vita quotidiana e ovviamente al primo posto abbiamo messo cose noiose e scontate come la serenità e la salute di nostro figlio, seguita a ruota dalla nostra, dalla quale dipende indiscutibilmente la sua.
Poi il lavoro, che non solo ci nobilita, ma ci fa pagare mutuo, nido e bollette.
Da qualche parte avremmo dovuto riservare da subito anche un po’ di energie a noi come coppia, ma per fortuna ci siamo accorti in tempo della pericolosissima svista e stiamo recuperando.
Infine, non per cattiva intenzione, ma solamente per il principio di esclusione, vengono parenti e amici, per i quali il tempo è diventato risicato.

Per quanto avessimo tutte le intenzioni di mantenerci socialmente attivi e continuare a fare la vita di prima, sono bastate poche esperienze, traumatiche negative, per metterci di fronte alla realtà che avremmo dovuto adeguarci noi [e in fretta] ai ritmi del nuovo arrivato e non lui ai nostri.
Compatibilmente con le necessità di tutti e tre, abbiamo comunque cercato di continuare a fare cose e vedere gente, ma diluendole nel tempo, lasciando ogni volta a nostro figlio il tempo di decomprimere e recuperare i suoi ritmi quotidiani, facendogli vivere nuove esperienze adatte alla sua età e negli orari a lui più consoni.

Non so dire se sia una scelta giusta per tutti, anche perché, perlomeno all’inizio, per noi è stata una scelta obbligata, dettata dalle necessità inderogabili di Pimpi, ma di sicuro è stata la scelta giusta per la nostra nuova famiglia, in cui è atterrato un piccolo essere sensibile, iperattivo e insonne che ci assorbe famelicamente sonno ed energie.

Inutile dire che, nonostante i buoni propositi, la nostra vita sociale ne ha risentito.
Il motivo è semplice: i nostri nuovi ritmi, scanditi dagli orari di pappe e nanne, non si sposano con i ritmi della maggior parte dei nostri amici, molti dei quali sono coppie senza figli o singles.

Infatti, dopo che diventi genitore gli amici si dividono in tre categorie principali.

Quelli che capiscono che la tua vita è cambiata e che decidono di restare presenti e farti sentire il loro affetto in modi che si adattano alla piccola novità cicciottella e sbausciante. Che capendo che fare un aperitivo alle 21 è diventato problematico (non impossibile, ma certamente complicato, non avendo nessuno a cui affidarlo) perché a quell’ora il cucciolo va a dormire, si presentano a casa tua alle 18.30 con un pacco di patatine e un’aranciata. Che ti vanno a comprare un paio di stivali che ti piacciono e te li portano a casa perché hai appena fatto un cesareo e non riesci ancora a fare 5 piani di scale a piedi. Che ti mandano messaggi per sapere come stai e per dirti che ti vogliono bene proprio quando ne hai un fottuto bisogno, senza che tu debba chiederlo. Che ti vengono a trovare la domenica pomeriggio anche se abitano a 2 ore di distanza, per stare con te 1 ora e poi ripartire. Che prendono un giorno di ferie, lasciando i propri figli al papà, per venire a farti compagnia. Queste persone, anche se non le vedi e non le senti più spesso come prima, ti restano nel cuore e sono quelle verso le quali spendi volentieri le tue energie residue. Sono quelle da cui ti allontani meno volentieri, ma sai che sarà solo temporaneamente.

Poi ci sono quelli che non capiscono che la tua vita è cambiata, ma che comunque restano presenti, perché sono convinti che tu possa continuare a fare le stesse cose di prima, perché sei una mamma sportiva con accanto un papà sportivo e certamente anche vostro figlio sarà sportivissimo. Così ti bersagliano di proposte di viaggi, aperitivi, cene, concerti e vernissage in luoghi ed orari improponibili, alle quali sei costretta tuo malgrado a dire di no, di fronte a sguardi stupefatti che si aspettano da te la stessa identica flessibilità che avevi prima di avere un figlio. Che si offendono per i tuoi no ma che ai tuoi inviti a colazione (sì, la colazione, insieme alla merenda, sono diventati momenti da dedicare alla socialità) rispondono con altrettanti no (la mattina, beati loro, dormono) e rilanciano con un aperitivo delle 21 a Londra con after nei sobborghi di Parigi. “Ma coooome, non vieeeeeeni?!”
Queste persone non spariscono del tutto dalla tua vita, ricompaiono periodicamente con la frequenza della cometa di Halley, unicamente con lo scopo di farti notare che sei cambiata e di lamentarsi del fatto che TU non li hai più chiamati.

Infine, quelli che non capiscono e non se ne fanno un grande problema: ti depennano dalla loro lista di amici, così, senza neanche provarci. Dall’oggi al domani non ti chiamano più e spariscono dalla tua vita. Pouff.
Forse pensano che avere un figlio sia contagioso.
Ho il sentore che questi ultimi ricompariranno quando saranno genitori a loro volta, staremo a vedere.

Qualsiasi sia la tipologia di amico, la nascita di un figlio mette alla prova, oltre che la propria vita sociale, l’amicizia stessa. Il vantaggio è che aiuta a capire meglio le radici dei rapporti (profonde o superficiali) ed a decidere se continuare ad innaffiarle o se potarle, magari per far posto a nuove radici.