Le gattare del #bidonedellamicizia

Che fossimo affinità elettive lo avevo intuito (questo era dedicato anche a loro).

Poi Fra, Grazia, Vale ed io passiamo insieme un fine settimana nel Monferrato a chiaccherare fitto come adolescenti e scopriamo di avere per davvero molte cose in comune, che il mondo è un tinello e che si può capire molto di una persona leggendo tra le righe di quello che scrive.

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Sono un po’ stranita da questa esperienza, io che amo la gente, ma non sono una da innamoramento facile.
Sono socievole, parlo volentieri con le vecchiette rompicoglioni che popolano gli uffici postali e i dintorni del banco salumi del supermercato, con il logorroico vicino di posto sull’autobus e mi fermo ad ascoltare le solite ritrite lamentele della vicina di casa incartapecorita.
Edicolanti, fruttivendoli, autisti del bus, mendicanti e passanti amichevoli. Parlo con tutti, sorrido sinceramente e ascolto quello che ognuno ha da dire, chè da tutti si impara qualcosa e di cose da imparare ne ho un fottio.
Non c’è nulla da fare, mi piace la gente, soprattutto quella strana, che mi fa sorridere.

Ma di innamorarmi. Ecco, quello mi capita raramente. Anche se quelle volte in cui capita, poi amo follemente e senza ripensamenti. Sono il motore diesel dell’ammmore (scusate la penosa metafora, io che non so neanche come funziona un motore normale, ma insomma, ci siamo capiti).

Monferrato Stavolta ho bruciato le tappe e, complice un tramonto da sogno, il buon vino e il buon cibo, scommetto che tra qualche anno mi ricorderò di questi giorni come di quelli nei quali, in un weekend nel Monferrato, ho scoperto il ruchè e tre persone speciali, con tante cose in comune, ma irresistibilmente uniche.

L’ego della collettività e #3cosebelle nonostante tutto

Questa è stata una settimana difficile.

Tu hai avuto di nuovo la febbre a 40, la sesta malattia (forse/chi può dirlo?/di sicuro non la tua pediatra) ed è spuntato il 13esimo, cattivissimo, dentino.
Ne mancano solo 7 alla fine di questa agonia (tua e nostra), che è iniziata quando avevi 5 mesi.
Ogni dentino 2 settimane di sonno perso, tragedia, pessimismo e fastidio. Che se venissero fuori tutti insieme farebbero un gran favore a tutti, vicini di casa compresi.

Il lavoro: trascurato, cumulato, fatto a singhiozzi e di fretta.
Accompagnato da un senso di sconfitta perchè non riesco a conciliare un bel niente.

Parallelamente i risultati delle elezioni, che mi hanno lasciato un forte amaro in bocca.
L’amaro di scoprire che, nel paese in cui io e tuo padre ti abbiamo fatto nascere e abbiamo deciso di farti vivere, la politica continua ad essere fatta di slogan, di propaganda, di urla, insulti, latrocini e loschi interessi.
E che gli elettori, molti dei quali derisi, tartassati e disperati, abbiano deciso di scegliere ancora tutto questo, con o senza coscienza di farlo.
Che la dignità delle persone, delle donne, dei bambini, degli anziani e dei lavoratori non sia un valore da condividere e difendere all’interno di un partito. Tantomeno i diritti e le necessità delle minoranze (ma ormai, anche delle maggioranze, checchè vogliano illudersi che non sia così).

Sono preoccupata per il tuo futuro, per il nostro e per quello dei nostri cari.
Perché il futuro che ci aspetta non è certo, non è prospero, non è roseo.
Non è nulla di quello che vorrei per te.

E non solo perché probabilmente torneremo a votare senza che si capisca che il sano compromesso ed il buon senso (civico) sono necessari per governare uno stato e per curare, almeno in parte, il tumore aggressivo che ha colpito il nostro.
Ma soprattutto perché ai margini dei risultati di queste elezioni ristagna la spaccatura interna del nostro paese, in cui le persone hanno un ego fortissimo e prevaricante e non sanno andare d’accordo per il bene comune.
Perchè è questo quello che conta, no? Il bene comune.
Non il tuo o il mio o quello del vicino. Ma il bene di questa collettività a cui apparteniamo, perchè siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo stringerci e sostenerci per non affondare, come farebbe una coppia di innamorati in crisi, e non spintonarci e insultarci a vicenda per prendere il timone, o, ancora peggio, per andare alla deriva mentre siamo impegnati a litigarci addosso.

Sarebbe troppo sperare in un sano ego della collettività sul modello giapponese?
Mettersi seduti, tutti insieme, per fare almeno quelle poche leggi che servono davvero alla nazione (legge elettorale, conflitto di interessi, ridimensionamento dei costi della politica)?

Fare tutti, nel nostro piccolo, del nostro meglio?
Perchè c’è ancora molto da fare e ognuno di noi ha il dovere civico e morale di impegnarsi per fare di più, ogni giorno.
Io lo farò, per darti il buon esempio e farti capire come il singolo fa la differenza, ma che l’obiettivo deve essere comune.
E lo farò perché ci credo ancora.

Nonostante l’umore sotto le scarpe, questa settimana ha portato con sè anche #3cosebelle (credits to @Fraintesa), che mi hanno fatto sorridere quando non me l’aspettavo:

  • chiacchierare in pimpilese con mio figlio, scoprendo che quello che dice inizia ad avere un senso e sentire un tuffo al cuore per l’emozione 😀
  • pianificare un incontro con affinità elettive presso il #bidonedellamicizia e ridere sotto le coperte leggendo i nostri scambi di email adolescenziali e leggeri
  • aver trovato nella posta il regalo di Iwona e di suo figlio Fede: GRAZIE, è stata una bellissima coccola e mi hafatto davvero bene al cuore!

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This is not a chain

catena crop Non ho mai amato le catene di Sant’Antonio.

Anni, anzi, decenni fa, arrivavano col postino sotto forma di lettere minatorie mascherate da richieste di preghiere.
“Prega per questo santo e fai girare questa richiesta ad altri 121 amici entro 24 h. Se lo farai, ricchi premi e cotillon. Se non lo farai, Tristezza, Cazzi Tuoi e Tanta Povertà”.
Ad un certo punto a casa nostra è arrivata addirittura un’alga puzzolente e viscida, da tenere al buio e bagnare con il the ogni giorno, così che si moltiplicasse, da sezionare dopo qualche settimana per darne un pezzetto ai soliti 121 amici, che per avere fortuna e salute dovevano fare lo stesso. Altrimenti, Tristezza, Cazzi Tuoi e Tanta Povertà.

Oggi le catene di Sant’Antonio si diffondono in modo virale grazie alla rete ed alle email, ma grazie ai sistemi antispam la faccenda finisce nel cestino della posta, con buona pace dei miei nervi.

Anche i blog hanno le loro catene di Sant’Antonio, ma hanno tutt’altro scopo  e mi piacciono decisamente di più 😀

Vengono usate per segnalare dei blog che piacciono per un motivo particolare, ai quali viene assegnato un premio virtuale, rappresentato da un logo. Il blog che riceve il premio ha quindi la possibilità di segnalare a sua volta altri blogger di suo gradimento e così via.

Per me è una grande emozione ricevere un premio per quello che scrivo, mi fa sentire ancor di più parte di un mondo che, anche se virtuale, è fatto di persone reali, che per i motivi più disparati si fermano a leggere i miei post e li trovano interessanti, diventando talvolta lettori fissi (I love all of you ♥) o lasciando la loro opinione attraverso un commento (I love you, too ♥).
Però siccome sono una persona incostante [come recita non a caso il sottotitolo di questo blog], in questi mesi ho ricevuto dei premi senza però assegnarne, segnalando altri blog.
Ora sono in fottuto ritardo, perciò mi scuso, mi cospargo il capo di cenere e cerco di recuperare qui le mie mancanze.

Innanzitutto i ringraziamenti!

Grazie a Francesca di Patato Friendly ed a Carlotta di La Vita a Modo Mio per il Liebster Blog Award:
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Grazie a Iwona di Notebook of happIness per il Very Inspiring Blogger Award:
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Grazie a Grazia di ToWriteDown per il Premio Cuore di Mamma:
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Grazie a Madainoncicredo di Oh Oh Sono Mamma per The Versatile Blogger Award:
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Grazie a Francesca di Ognuno ha il suo Motivo per il premio Liebster Blog:
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E Grazie a Simonetta di La Solita Mamma per avermi suggerito per due settimane di seguito nel suo #noivaliamo!

Ed ecco i blog a cui assegno il primo dei premi che ho ricevuto, quello di Francesca, il Liebster Blog:

1) La filosofia secondo BabyP, di Vittoria, perché parla di filosofia in modo ironico e solletica le sinapsi
2) Mostracci, di Elena, che ha delle mani d’oro con cui fotografa e crea
3) 50sfumaturedimamma, di Anya, Morna e Klarissa, che mi fa sempre divertire (anche se il nome del blog all’inizio non mi piaceva, sia detto)
4) BabyTalk, di Jessica, che tratta dell’importanza della comunicazione sin dalla più giovane età
5) Valelab Handmade, di Valeria, che oltre ad essere un’amica a cui voglio molto bene che ha aperto un blog da poco tempo, è una delle persone più originali e creative che io conosca, e fa delle cose bellissime!

Per accettare il premio è necessario rispettare alcune regole, ovvero:
– segnalare sul proprio sito 5 blog con meno di 200 lettori evidenziando i link
– lasciare un commento su questi blog per avvisarli del premio
– ringraziare chi ve lo ha assegnato
– condividere con i lettori 5 cose di se che le persone non sanno

Infine, ecco le 5 cose che non sapevate di me finora:
1) sono stata biondissima naturale sino ai primi anni dell’università, poi, non ho ben capito come, sono diventata castano chiara
2) il punto 1) mi manda in bestia, perché penso a me stessa bionda, ma lo specchio dice che mento
3) sono allergica alla saliva dei gatti (ma ne ho due)
4) il mio lato artistico-sentimentale e il mio lato ingegneristico-razionale fanno a pugni nella mia anima come i denti storti nella bocca di Ugly Betty
5) Colleziono rondelle, bulloni, dadi e chiodi, basta che siano luccicanti.

Ciao!

Squame di Carnevale

Pensate al Carnevale di Rio de Janeiro, con i suoi carri allegorici coloratissimi, alle ballerine di samba dalle gambe tornite e dai glutei marmorei, alla gente di tutte le età che suona e balla sfilando ubriaca in festosissimi cortei.

Pensate al Carnevale di Venezia, con le sue antiche ed affascinanti maschere, alla gente che da tutto il mondo arriva in Laguna per stare insieme e divertirsi, per perdersi nel mistero di un viso celato e nel profumo di chiacchere e frittelle.

Pensate a Viareggio, Ivrea, Cento, Putignano, Fano, a tutta la goliardia legata al periodo di Carnevale, al cibo grasso, unto e iperglicemico innaffiato da litri di alcol (che poi inizia la Quaresima), a tacchi improponibili che sorreggono gambe maschili e pelose avvolte in calze a rete a trama larga.

Fatto? Bene.
Ora parliamo del carnevale della mia infanzia.

Il Carnevale in Sardegna si chiama Carrasegare (carre de segare).
Che vuol dire letteralmente carne viva da smembrare.

È un carnevale dalle radici arcaiche, imperniato sul concetto di morte e rinascita di Dioniso, dio della vegetazione e dell’estasi, che ogni anno muore e rinasce nel ciclo naturale delle stagioni. Per ingraziarsi Dioniso e richiamare la pioggia sui loro campi, i suoi seguaci sacrificavamo capretti e torelli vivi, in commemorazione della sua morte, essendo stato sbranato dai titani.

Le maschere di un tipico carnevale sardo sono quindi tragiche e luttuose, dai volti tristi anneriti dal sughero bruciato o coperti da maschere nere di legno, vestite di pelli di pecora e con la schiena carica di campanacci o di ossa animali. La cattura e la morte di Dioniso viene rappresentata attraverso la cattura e la morte di una vittima sostitutiva, rappresentata da uomini vestiti da capra.
I cortei formati da queste maschere (le più famose fuori dalla sardegna sono i mamuthones) non sono allegri e danzanti, ma lenti, composti e cadenzati dal suono dei campanacci [altro che Lady Gaga], più simili a processioni religiose che ad una manifestazione festosa.

Qua potete vedere l’allegria trasudare copiosa dalle maschere.
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MAMUTHONE

Da ammazzarsi dalle risate.

Belle, per carità.
Suggestive, non lo nego.
Culturalmente radicate, come no.

Ma io ne ero letteralmente terrorizzata ed era uno dei due motivi per cui il carnevale non è mi mai piaciuto.
Quando ero piccola, accanto al carnevale tradizionale era in uso quello “moderno”, con le maschere contemporanee e più all’avanguardia. Avanguardia, si fa per dire.
Andavano via come il pane i vestiti da Zingara, Minnie, Zorro, Fatina, Piccola Squaw, Arlecchino, Ape Maia e così via.
Alla fine della sfilata moderna per i più giovani, arrivava il momento clou per gli adulti, la sfilata dei costumi tradizionali. Per noi bambini era un momento di puro terrore.
Io quelle maschere non le ho mai guardate negli occhi, avevo troppa paura. 
Quelle che mi facevano più paura in assoluto erano quelle più piccole, basse ed avvolte dalla testa ai piedi in un vello bianco sporco ed odoroso. Ero convinta che fossero dei nani cattivi [da grande ho scoperto che erano bambini. chissà come dormivano bene la notte].

L’altro motivo per cui odiavo il carnevale risale alle mie partecipazioni alle recite delle elementari, nelle quali io aspiravo, come tutte le bimbe della mia età (poi diventate adulte e blogger come me, ndr), al ruolo da protagonista, che veniva dato alla più bella e bionda della classe, che di nome faceva pure Eva. Ah-Beh. Vinceva facile.
A me toccava spesso il ruolo meno ambito in assoluto, quello meno glamour e più noioso del mondo. Che poi non è neanche un ruolo, a ben pensarci.
Quello di voce narrante.

E si sa, quelle gran figone delle voci narranti, queste guest star a quinte chiuse, non si possono mascherare. No-No-No.
Quindi, non solo mi toccava imparare a memoria testi per me incomprensibili e salire sul palco per prima, da sola, con l’ansia e l’istinto fisso di dover fare pipì.
Ma dovevo farlo così. Senza neanche un filo di trucco, un lustrino, un paio d’ali [Avrei ucciso per un paio d’ali].

La mia speranza di riscatto avvenne qualche anno più tardi, alle scuole medie.
La mia scuola aveva organizzato dei laboratori per produrre le maschere di un carro meraviglioso, dal tema “I risultati dell’inquinamento dell’uomo sull’ambiente marino”.
Tema avvincente, con protagonisti gli animali del mare. Ogni classe doveva fare un certo numero di costumi, e chi partecipava ai laboratori li poteva indossare.
La mia classe doveva fare i costumi di 6 meravigliosi pesci colorati di mille colori, con pinne gialle lucenti e grandi occhioni iridescenti, di un feltro morbidissimo.
Della mia classe, io ero una dei 6 volontari del laboratorio.
Era fatta. Era il mio momento.

Ho tagliato, assemblato, cucito, decorato e sospirato ad ogni singola squama.
La notte sognavo di sfilare tra la gente con il mio bellissimo costume arcobalenico. Nel sogno ero perfetta: muta come un pesce e bellissima. Un meraviglioso esempio di legge del contrappasso.

E qui davvero, non ricordo il perché né il come sia successo, ma il giorno della sfilata, durante la distribuzione dei costumi, mi venne assegnato il costume di un pesce diverso, scuro, lucente, un po’ triangolare. Nella concitazione del momento non feci domande e lo indossai.
Era ruvido. Era nero, più che scuro. Ed era brutto.
Era un costume da cozza.

[…]

Mi chiedo ancora oggi a chi cazzo sia venuto in mente di fare vestire una giovane preadolescente dalla bellezza decisamente acerba [leggi: ero un bidone a pedali] da cozza. E soprattutto, a chi diedero il MIO meraviglioso costume da pesce.

Durante la sfilata guardavo i costumi fatti dalle altre classi, e c’erano:
– molti pesci colorati di vari colori
– molte stelle marine
– qualche cavalluccio marino
– qualche lattina di coca cola
– un paio di scatole di tonno aperte
– un paio di taniche di plastica
– 8 cozze, compresa me
– 2 bidoni dell’immondizia

Ecco, solo il bidone dell’immondizia sarebbe stato più umiliante.

Inutile dire che, ad eccezione di un carnevale in cui mi sono vestita da marinaio (con la divisa originale di mio padre, ma quanto era magro?), non mi sono mai più travestita per carnevale e non ho alcuna intenzione di farlo quest’anno. Ho già dato, grazie 🙂

E voi, avete avuto sempre costumi fighissimi o potete consolarmi con qualche storia imbarazzante come la mia?

Sul perché la vita sociale dei genitori di figli piccoli rasenta lo zero assoluto

Eravamo la classica coppia senza figli piena di impegni e con una vita sociale intensa, incastrata in un calendario sempre troppo corto, dove nei week end c’era sempre una gita fuori porta o un viaggio da fare, amici da andare a trovare, posti nuovi da visitare, concerti, mostre, aperitivi, birrette.
Eravamo sempre in movimento. Facevamo cose. Vedevamo gente.

Pensando a noi come genitori, ci immaginavamo la classica “coppia sportiva”, quella che porta i propri figli con sè a qualsiasi ora del giorno e della notte, che continua ad andare alle feste ed alle serate con gli amici anche con un neonato, quella che anche diventando famiglia non avrebbe mai e poi mai rinunciato ai vecchi ritmi ed alle vecchie abitudini, al limite li avrebbe adattati un po’.
Ma poco.
Impercettibilmente.
Giusto uno Zic.

Poi siamo diventati genitori. Nello specificio, genitori di un figlio che a meno di un mese di vita ha rischiato di soffocare di reflusso silente e che per i due mesi successivi è stato attaccato ad un dispositivo che ne controllava il respiro e il battito cardiaco.
Un bel calcio d’inizio. Sui denti [o nel culo, vedete voi].
Un figlio meraviglioso e amplificato, per usare un termine che ho scoperto solo dopo diversi mesi essere un termine medico e non una originale definizione della pediatra.
Un figlio dal sonno intermittente e dai numerosi risvegli notturni. Capitato proprio a noi.
Come se ad Obelix nascesse un figlio vegano: non te lo spieghi, non te ne fai una ragione.

Avendo i parenti lontani e lavorando entrambi, abbiamo dovuto riorganizzare la nostra vita basandoci solo sulle nostre forze, cercando di fare il meglio che potevamo e di godere della compagnia dell’adorabile nuovo arrivato senza farci prendere dallo stress e rallentando i ritmi.
Le parole d’ordine della nostra nuova vita da genitori sono diventate:
Sopravvivere & Semplificare.
Abbiamo necessariamente dovuto dare delle priorità alla nostra vita quotidiana e ovviamente al primo posto abbiamo messo cose noiose e scontate come la serenità e la salute di nostro figlio, seguita a ruota dalla nostra, dalla quale dipende indiscutibilmente la sua.
Poi il lavoro, che non solo ci nobilita, ma ci fa pagare mutuo, nido e bollette.
Da qualche parte avremmo dovuto riservare da subito anche un po’ di energie a noi come coppia, ma per fortuna ci siamo accorti in tempo della pericolosissima svista e stiamo recuperando.
Infine, non per cattiva intenzione, ma solamente per il principio di esclusione, vengono parenti e amici, per i quali il tempo è diventato risicato.

Per quanto avessimo tutte le intenzioni di mantenerci socialmente attivi e continuare a fare la vita di prima, sono bastate poche esperienze, traumatiche negative, per metterci di fronte alla realtà che avremmo dovuto adeguarci noi [e in fretta] ai ritmi del nuovo arrivato e non lui ai nostri.
Compatibilmente con le necessità di tutti e tre, abbiamo comunque cercato di continuare a fare cose e vedere gente, ma diluendole nel tempo, lasciando ogni volta a nostro figlio il tempo di decomprimere e recuperare i suoi ritmi quotidiani, facendogli vivere nuove esperienze adatte alla sua età e negli orari a lui più consoni.

Non so dire se sia una scelta giusta per tutti, anche perché, perlomeno all’inizio, per noi è stata una scelta obbligata, dettata dalle necessità inderogabili di Pimpi, ma di sicuro è stata la scelta giusta per la nostra nuova famiglia, in cui è atterrato un piccolo essere sensibile, iperattivo e insonne che ci assorbe famelicamente sonno ed energie.

Inutile dire che, nonostante i buoni propositi, la nostra vita sociale ne ha risentito.
Il motivo è semplice: i nostri nuovi ritmi, scanditi dagli orari di pappe e nanne, non si sposano con i ritmi della maggior parte dei nostri amici, molti dei quali sono coppie senza figli o singles.

Infatti, dopo che diventi genitore gli amici si dividono in tre categorie principali.

Quelli che capiscono che la tua vita è cambiata e che decidono di restare presenti e farti sentire il loro affetto in modi che si adattano alla piccola novità cicciottella e sbausciante. Che capendo che fare un aperitivo alle 21 è diventato problematico (non impossibile, ma certamente complicato, non avendo nessuno a cui affidarlo) perché a quell’ora il cucciolo va a dormire, si presentano a casa tua alle 18.30 con un pacco di patatine e un’aranciata. Che ti vanno a comprare un paio di stivali che ti piacciono e te li portano a casa perché hai appena fatto un cesareo e non riesci ancora a fare 5 piani di scale a piedi. Che ti mandano messaggi per sapere come stai e per dirti che ti vogliono bene proprio quando ne hai un fottuto bisogno, senza che tu debba chiederlo. Che ti vengono a trovare la domenica pomeriggio anche se abitano a 2 ore di distanza, per stare con te 1 ora e poi ripartire. Che prendono un giorno di ferie, lasciando i propri figli al papà, per venire a farti compagnia. Queste persone, anche se non le vedi e non le senti più spesso come prima, ti restano nel cuore e sono quelle verso le quali spendi volentieri le tue energie residue. Sono quelle da cui ti allontani meno volentieri, ma sai che sarà solo temporaneamente.

Poi ci sono quelli che non capiscono che la tua vita è cambiata, ma che comunque restano presenti, perché sono convinti che tu possa continuare a fare le stesse cose di prima, perché sei una mamma sportiva con accanto un papà sportivo e certamente anche vostro figlio sarà sportivissimo. Così ti bersagliano di proposte di viaggi, aperitivi, cene, concerti e vernissage in luoghi ed orari improponibili, alle quali sei costretta tuo malgrado a dire di no, di fronte a sguardi stupefatti che si aspettano da te la stessa identica flessibilità che avevi prima di avere un figlio. Che si offendono per i tuoi no ma che ai tuoi inviti a colazione (sì, la colazione, insieme alla merenda, sono diventati momenti da dedicare alla socialità) rispondono con altrettanti no (la mattina, beati loro, dormono) e rilanciano con un aperitivo delle 21 a Londra con after nei sobborghi di Parigi. “Ma coooome, non vieeeeeeni?!”
Queste persone non spariscono del tutto dalla tua vita, ricompaiono periodicamente con la frequenza della cometa di Halley, unicamente con lo scopo di farti notare che sei cambiata e di lamentarsi del fatto che TU non li hai più chiamati.

Infine, quelli che non capiscono e non se ne fanno un grande problema: ti depennano dalla loro lista di amici, così, senza neanche provarci. Dall’oggi al domani non ti chiamano più e spariscono dalla tua vita. Pouff.
Forse pensano che avere un figlio sia contagioso.
Ho il sentore che questi ultimi ricompariranno quando saranno genitori a loro volta, staremo a vedere.

Qualsiasi sia la tipologia di amico, la nascita di un figlio mette alla prova, oltre che la propria vita sociale, l’amicizia stessa. Il vantaggio è che aiuta a capire meglio le radici dei rapporti (profonde o superficiali) ed a decidere se continuare ad innaffiarle o se potarle, magari per far posto a nuove radici.