Conciliare lavoro e famiglia

puzzle conciliazioneIl tema della conciliazione del ruolo di genitore e di lavoratore è più che mai attuale, dato il prolungato periodo di crisi economica, che costringe molte famiglie a farsi i conti i tasca ed entrambi i genitori a tenersi stretto il proprio lavoro, organizzando la propria vita familiare di conseguenza, incastrando tutti i pezzi della propria vita in un puzzle che non combacia mai perfettamente.

Sono infatti la minoranza i genitori che possono permettersi di lavorare esclusivamente per passione. La maggiorparte, magari anche con passione, lavora infatti per necessità.

Ho l’impressione che l’aspetto economico venga spesso ignorato quando si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, e che si tenda a considerare chi si dedica ad entrambe le cose come un’egoista, carrierista, ambiziosa persona che vorrebbe avere, senza averne merito in nessuno dei due ambiti, “capra e cavoli” e non, semplicemente, una persona che non ha scelta.
Finché il problema sarà visto come un problema di pochi e non una realtà di tanti, temo che non si proporranno mai soluzioni efficaci.
La soluzione che sento proporre, in maniera esplicita o più spesso in maniera implicita, è sempre la stessa: un genitore, sempre la mamma, dovrebbe rinunciare in parte o totalmente al suo lavoro per crescere i suoi figli, oppure i genitori dovrebbero appoggiarsi a nonni, baby sitter o asili nido.

In altre parole, le soluzioni che la società si aspetta non prevedono una vera conciliazione, ma una rinuncia (spesso, appunto, non attuabile per motivi economici o perché no, per passione o gratificazione personale) del proprio lavoro oppure una delega del proprio ruolo di genitore.

Ma una vera soluzione di conciliazione, che permetta al genitore di continuare a svolgere il suo lavoro e nel contempo essere presente e partecipe della vita dei propri figli, può esistere?

Da quando sono diventata madre mi chiedo spesso come sia possibile conciliare lavoro e famiglia. Non ho ancora trovato La Soluzione, quella che tutti genitori che fanno gli equilibristi in bilico tra doveri professionali e familiari agognano di conoscere, per mettere finalmente a tacere le discussioni tra i loro sensi di colpa e le loro necessità economiche o ambizioni personali.

Tuttavia, ecco quello che ho capito sinora.

Ho capito che non si dice mai abbastanza e mai chiaramente che mettere al mondo un figlio cambia radicalmente e per sempre non solo la vita personale, ma anche quella professionale. Banale. Ma vero.
E, non me ne vogliano i [pochi] padri che fanno i giocolieri esattamente come le loro compagne, questo cambiamento avviene soprattutto nella vita delle donne, in maniera penosamente automatica, come conseguenza di una diseguale, atavica, suddivisione dei ruoli familiari. Si da infatti per scontato che con l’arrivo dei figli sia la donna a modificare il suo percorso lavorativo, riducendo all’osso non solo il tempo trascorso in ufficio, ma anche le sue aspettative di crescita professionale, in modo che possa correre trafelata a destra e manca per occuparsi della prole.

Ho inoltre capito che l’Italia non è la Francia. Ma neanche la Svezia, l’Australia o il Canada. Che le politiche adottate sinora nel settore del welfare, del sostegno alla famiglia e ancor piú della madre che lavora sono del tutto inadeguate, per non dire inesistenti. Che il fondamentale ruolo sociale che ricopre il genitore che si accolla la maggiore responsabilità di crescita, educazione e cura di un figlio non viene sostenuto né tutelato, in fondo neanche riconosciuto come tale.
Che il mantenimento dell’occupazione femminile dopo la nascita di un figlio non viene favorito né, purtroppo sempre più spesso, con la scusa della precarietà globalizzata, garantito, come succede invece altrove.

Ho capito che per rendere più facile la vita della mamma che lavora dovrebbero realizzarsi (possibilmente in contemporanea) alcune condizioni al contorno.

Innanzitutto una suddivisione equa dei compiti e delle responsabilità tra i genitori. Se il papà e la mamma si rendessero perfettamente interscambiabili e si occupassero a turno di tutte – ma proprio tutte – le attività di gestione e cura dei figli, ne trarrebbe vantaggio tutta la famiglia: i genitori avrebbero a turno dei momenti di tregua garantiti (e non, come spesso capita, elemosinati da madri stravolte dalla stanchezza che chiedono in ginocchio di potersi fare almeno una doccia..), potrebbero programmare il loro tempo modo più efficace ed organizzato, con ovvi benefici sulla continuità del lavoro e della cura della prole. Inoltre, la condivisione della responsabilità ridurrebbe il loro livello di stress da responsabilità (dovuto alla consapevolezza che se si dovessero prendere un raffreddore il mondo intero sprofonderebbe nell’oscurità per sempre). Ma più di tutti ne sarebbero felici i figli, perchè si moltiplicherebbero le occasioni per passare del tempo con entrambi i genitori, raddoppierebbero i loro punti di riferimento e imparerebbero con l’esempio cosa si intende per parità dei sessi.
Insomma: correre insieme per correre meno 🙂

In secondo luogo, la flessibilità dell’orario lavorativo, così come del luogo di lavoro.
Orari rigidi di ingresso e di uscita sul lavoro non si sposano con gli orari altrettanto rigidi degli asili o delle scuole, rendendo impossibile riuscire ad andare a prendere i propri figli all’uscita da scuola.
Nella mia azienda esiste la possibilità di usufruire di un “monte ore”: le ore lavorate oltre l’orario standard si accumulano e possono essere recuperate il giorno, la settimana o il mese dopo.
Abbiamo anche un orario di ingresso e di uscita flessibile, all’interno di una forchetta di quasi un’ora e mezza. Grazie a questi due grandi vantaggi ho la possibilità di andare a portare e prendere personalmente mio figlio al nido. È comunque un numero da circo, fatto di corse in macchina e semafori rossi non rispettati, ma riesco a farlo nonostante io lavori full time e guardandomi intorno mi rendo conto di essere molto fortunata.
Mi chiedo perché sono poche le aziende che concedono questo piccolo ma importante benefit, e perché le cavillose ed inutili iniziative statali sugli aiuti alle famiglie non lo rendano obbligatorio. In fondo non costerebbe nulla alle aziende (non si tratta di ore di permesso retribuito, dato che si recupera il giorno dopo) e tantomeno allo Stato.
Un po’ come il telelavoro, sia quello continuativo (cioè diversi mesi di lavoro da casa), sia quello intermittente, da attivare solo per pochi giorni, un giorno o anche mezza giornata, quando per esempio il figlio è malato o deve fare una visita specialistica. Purtroppo però le aziende misurano la produttività attraverso le ore di presenza in ufficio e tendono a considerare i lavoratori da casa come meno validi e produttivi dei lavoratori che timbrano il cartellino. Quindi il telelavoro non viene concesso o, in caso succeda, implica uno scotto da pagare: un arresto della carriera, o l’esclusione dal premio di produzione, o dai corsi di formazione (che sono peraltro obbligatori).
Nel migliore dei casi un giudizio negativo su chi l’ha richiesto, che penderà per sempre sulla sua testa.

Infine, la possibilità di avere aiuti esterni, pratici ed economici. Non tutti hanno la fortuna di avere i nonni abbastanza vicini o abbastanza in forma per potersi appoggiare a loro quotidianamente o almeno in casi di emergenza.
E gli altri, come fanno?
Perchè è facile dire che basta trovare una baby sitter, ma trovarne una di fiducia a cui affidare nostro figlio non è affatto semplice, e comunque va sempre pagata (a Milano una baby sitter referenziata full time, 8-18, chiede almeno 1500 euro al mese). E va pagata anche la retta del nido (sempre a Milano, il nido comunale costa sui 500 euro al mese, quello privato sui 750 euro).
Sono costi importanti per una famiglia media e nessun aiuto in tal senso viene dallo stato o dalle imprese.
Perchè non pensare ad aiuti economici per le mamme che devono rientrare a lavorare ma che lavorerebbero solo per pagare il nido e la baby sitter, come fanno in Australia, per esempio? Magari un consistente rimborso delle spese sostenute tramite detrazione d’imposta, un contributo mensile, oppure dei buoni lavoro orari da utilizzare all’occorrenza, magari ancora convenzionati con associazioni di assistenza certificate.

È pura utopia?

Io, che sono un’ottimista senza speranza di redenzione, penso che una soluzione al problema della conciliazione possa [debba] esistere e che la chiave per trovarla sia parlare del problema, portarlo all’attenzione della gente, dei media, dei politici, degli imprenditori e dei genitori stessi.
Nel condividere le proprie esperienze, quelle virtuose e quelle fallimentari, proporre soluzioni, provare a realizzarle .

Per esempio segnalo alcuni interessanti punti di vista sul tema di due mamme della rete:
La conciliazione impossibile dal blog di Bellezza Rara, nel quale il tema è trattato diffusamente anche in altri post (qui, qui e qui, per esempio).
Conciliazione, Lavoro e Maternità dal blog di Mammachetesta

E voi, cosa ne pensate? Riuscite a conciliare il lavoro con la famiglia? E se sì, come?

[Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna Bambino]