Squame di Carnevale

Pensate al Carnevale di Rio de Janeiro, con i suoi carri allegorici coloratissimi, alle ballerine di samba dalle gambe tornite e dai glutei marmorei, alla gente di tutte le età che suona e balla sfilando ubriaca in festosissimi cortei.

Pensate al Carnevale di Venezia, con le sue antiche ed affascinanti maschere, alla gente che da tutto il mondo arriva in Laguna per stare insieme e divertirsi, per perdersi nel mistero di un viso celato e nel profumo di chiacchere e frittelle.

Pensate a Viareggio, Ivrea, Cento, Putignano, Fano, a tutta la goliardia legata al periodo di Carnevale, al cibo grasso, unto e iperglicemico innaffiato da litri di alcol (che poi inizia la Quaresima), a tacchi improponibili che sorreggono gambe maschili e pelose avvolte in calze a rete a trama larga.

Fatto? Bene.
Ora parliamo del carnevale della mia infanzia.

Il Carnevale in Sardegna si chiama Carrasegare (carre de segare).
Che vuol dire letteralmente carne viva da smembrare.

È un carnevale dalle radici arcaiche, imperniato sul concetto di morte e rinascita di Dioniso, dio della vegetazione e dell’estasi, che ogni anno muore e rinasce nel ciclo naturale delle stagioni. Per ingraziarsi Dioniso e richiamare la pioggia sui loro campi, i suoi seguaci sacrificavamo capretti e torelli vivi, in commemorazione della sua morte, essendo stato sbranato dai titani.

Le maschere di un tipico carnevale sardo sono quindi tragiche e luttuose, dai volti tristi anneriti dal sughero bruciato o coperti da maschere nere di legno, vestite di pelli di pecora e con la schiena carica di campanacci o di ossa animali. La cattura e la morte di Dioniso viene rappresentata attraverso la cattura e la morte di una vittima sostitutiva, rappresentata da uomini vestiti da capra.
I cortei formati da queste maschere (le più famose fuori dalla sardegna sono i mamuthones) non sono allegri e danzanti, ma lenti, composti e cadenzati dal suono dei campanacci [altro che Lady Gaga], più simili a processioni religiose che ad una manifestazione festosa.

Qua potete vedere l’allegria trasudare copiosa dalle maschere.
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MAMUTHONE

Da ammazzarsi dalle risate.

Belle, per carità.
Suggestive, non lo nego.
Culturalmente radicate, come no.

Ma io ne ero letteralmente terrorizzata ed era uno dei due motivi per cui il carnevale non è mi mai piaciuto.
Quando ero piccola, accanto al carnevale tradizionale era in uso quello “moderno”, con le maschere contemporanee e più all’avanguardia. Avanguardia, si fa per dire.
Andavano via come il pane i vestiti da Zingara, Minnie, Zorro, Fatina, Piccola Squaw, Arlecchino, Ape Maia e così via.
Alla fine della sfilata moderna per i più giovani, arrivava il momento clou per gli adulti, la sfilata dei costumi tradizionali. Per noi bambini era un momento di puro terrore.
Io quelle maschere non le ho mai guardate negli occhi, avevo troppa paura. 
Quelle che mi facevano più paura in assoluto erano quelle più piccole, basse ed avvolte dalla testa ai piedi in un vello bianco sporco ed odoroso. Ero convinta che fossero dei nani cattivi [da grande ho scoperto che erano bambini. chissà come dormivano bene la notte].

L’altro motivo per cui odiavo il carnevale risale alle mie partecipazioni alle recite delle elementari, nelle quali io aspiravo, come tutte le bimbe della mia età (poi diventate adulte e blogger come me, ndr), al ruolo da protagonista, che veniva dato alla più bella e bionda della classe, che di nome faceva pure Eva. Ah-Beh. Vinceva facile.
A me toccava spesso il ruolo meno ambito in assoluto, quello meno glamour e più noioso del mondo. Che poi non è neanche un ruolo, a ben pensarci.
Quello di voce narrante.

E si sa, quelle gran figone delle voci narranti, queste guest star a quinte chiuse, non si possono mascherare. No-No-No.
Quindi, non solo mi toccava imparare a memoria testi per me incomprensibili e salire sul palco per prima, da sola, con l’ansia e l’istinto fisso di dover fare pipì.
Ma dovevo farlo così. Senza neanche un filo di trucco, un lustrino, un paio d’ali [Avrei ucciso per un paio d’ali].

La mia speranza di riscatto avvenne qualche anno più tardi, alle scuole medie.
La mia scuola aveva organizzato dei laboratori per produrre le maschere di un carro meraviglioso, dal tema “I risultati dell’inquinamento dell’uomo sull’ambiente marino”.
Tema avvincente, con protagonisti gli animali del mare. Ogni classe doveva fare un certo numero di costumi, e chi partecipava ai laboratori li poteva indossare.
La mia classe doveva fare i costumi di 6 meravigliosi pesci colorati di mille colori, con pinne gialle lucenti e grandi occhioni iridescenti, di un feltro morbidissimo.
Della mia classe, io ero una dei 6 volontari del laboratorio.
Era fatta. Era il mio momento.

Ho tagliato, assemblato, cucito, decorato e sospirato ad ogni singola squama.
La notte sognavo di sfilare tra la gente con il mio bellissimo costume arcobalenico. Nel sogno ero perfetta: muta come un pesce e bellissima. Un meraviglioso esempio di legge del contrappasso.

E qui davvero, non ricordo il perché né il come sia successo, ma il giorno della sfilata, durante la distribuzione dei costumi, mi venne assegnato il costume di un pesce diverso, scuro, lucente, un po’ triangolare. Nella concitazione del momento non feci domande e lo indossai.
Era ruvido. Era nero, più che scuro. Ed era brutto.
Era un costume da cozza.

[…]

Mi chiedo ancora oggi a chi cazzo sia venuto in mente di fare vestire una giovane preadolescente dalla bellezza decisamente acerba [leggi: ero un bidone a pedali] da cozza. E soprattutto, a chi diedero il MIO meraviglioso costume da pesce.

Durante la sfilata guardavo i costumi fatti dalle altre classi, e c’erano:
– molti pesci colorati di vari colori
– molte stelle marine
– qualche cavalluccio marino
– qualche lattina di coca cola
– un paio di scatole di tonno aperte
– un paio di taniche di plastica
– 8 cozze, compresa me
– 2 bidoni dell’immondizia

Ecco, solo il bidone dell’immondizia sarebbe stato più umiliante.

Inutile dire che, ad eccezione di un carnevale in cui mi sono vestita da marinaio (con la divisa originale di mio padre, ma quanto era magro?), non mi sono mai più travestita per carnevale e non ho alcuna intenzione di farlo quest’anno. Ho già dato, grazie 🙂

E voi, avete avuto sempre costumi fighissimi o potete consolarmi con qualche storia imbarazzante come la mia?

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