Wishlist

I wish I was a neutron bomb, for once I could go off.
I wish I was a sacrifice but somehow still lived on.
I wish I was a sentimental ornament you hung on
The christmas tree, I wish I was the star that went on top,
I wish I was the evidence
I wish I was the grounds for fifty million hands up raised and opened toward the sky.

I wish I was a sailor with someone who waited for me.
I wish I was as fortunate, as fortunate as me.
I wish I was a messenger, and all the news is good.
I wish I was the full moon shining off your camaro’s hood.

I wish I was an alien, at home behind the sun,
I wish I was the souvenir you kept your house key on.
I wish I was the pedal break that you depended on.
I wish I was the verb to trust, and never let you down.

I wish I was the radio song, the one that you turned up,
I wish, I wish, I wish, I wish,
I guess it never stops.

Wishlist (Pearl Jam)

L’ego della collettività e #3cosebelle nonostante tutto

Questa è stata una settimana difficile.

Tu hai avuto di nuovo la febbre a 40, la sesta malattia (forse/chi può dirlo?/di sicuro non la tua pediatra) ed è spuntato il 13esimo, cattivissimo, dentino.
Ne mancano solo 7 alla fine di questa agonia (tua e nostra), che è iniziata quando avevi 5 mesi.
Ogni dentino 2 settimane di sonno perso, tragedia, pessimismo e fastidio. Che se venissero fuori tutti insieme farebbero un gran favore a tutti, vicini di casa compresi.

Il lavoro: trascurato, cumulato, fatto a singhiozzi e di fretta.
Accompagnato da un senso di sconfitta perchè non riesco a conciliare un bel niente.

Parallelamente i risultati delle elezioni, che mi hanno lasciato un forte amaro in bocca.
L’amaro di scoprire che, nel paese in cui io e tuo padre ti abbiamo fatto nascere e abbiamo deciso di farti vivere, la politica continua ad essere fatta di slogan, di propaganda, di urla, insulti, latrocini e loschi interessi.
E che gli elettori, molti dei quali derisi, tartassati e disperati, abbiano deciso di scegliere ancora tutto questo, con o senza coscienza di farlo.
Che la dignità delle persone, delle donne, dei bambini, degli anziani e dei lavoratori non sia un valore da condividere e difendere all’interno di un partito. Tantomeno i diritti e le necessità delle minoranze (ma ormai, anche delle maggioranze, checchè vogliano illudersi che non sia così).

Sono preoccupata per il tuo futuro, per il nostro e per quello dei nostri cari.
Perché il futuro che ci aspetta non è certo, non è prospero, non è roseo.
Non è nulla di quello che vorrei per te.

E non solo perché probabilmente torneremo a votare senza che si capisca che il sano compromesso ed il buon senso (civico) sono necessari per governare uno stato e per curare, almeno in parte, il tumore aggressivo che ha colpito il nostro.
Ma soprattutto perché ai margini dei risultati di queste elezioni ristagna la spaccatura interna del nostro paese, in cui le persone hanno un ego fortissimo e prevaricante e non sanno andare d’accordo per il bene comune.
Perchè è questo quello che conta, no? Il bene comune.
Non il tuo o il mio o quello del vicino. Ma il bene di questa collettività a cui apparteniamo, perchè siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo stringerci e sostenerci per non affondare, come farebbe una coppia di innamorati in crisi, e non spintonarci e insultarci a vicenda per prendere il timone, o, ancora peggio, per andare alla deriva mentre siamo impegnati a litigarci addosso.

Sarebbe troppo sperare in un sano ego della collettività sul modello giapponese?
Mettersi seduti, tutti insieme, per fare almeno quelle poche leggi che servono davvero alla nazione (legge elettorale, conflitto di interessi, ridimensionamento dei costi della politica)?

Fare tutti, nel nostro piccolo, del nostro meglio?
Perchè c’è ancora molto da fare e ognuno di noi ha il dovere civico e morale di impegnarsi per fare di più, ogni giorno.
Io lo farò, per darti il buon esempio e farti capire come il singolo fa la differenza, ma che l’obiettivo deve essere comune.
E lo farò perché ci credo ancora.

Nonostante l’umore sotto le scarpe, questa settimana ha portato con sè anche #3cosebelle (credits to @Fraintesa), che mi hanno fatto sorridere quando non me l’aspettavo:

  • chiacchierare in pimpilese con mio figlio, scoprendo che quello che dice inizia ad avere un senso e sentire un tuffo al cuore per l’emozione 😀
  • pianificare un incontro con affinità elettive presso il #bidonedellamicizia e ridere sotto le coperte leggendo i nostri scambi di email adolescenziali e leggeri
  • aver trovato nella posta il regalo di Iwona e di suo figlio Fede: GRAZIE, è stata una bellissima coccola e mi hafatto davvero bene al cuore!

20130301-223204.jpg

Sul perché la vita sociale dei genitori di figli piccoli rasenta lo zero assoluto

Eravamo la classica coppia senza figli piena di impegni e con una vita sociale intensa, incastrata in un calendario sempre troppo corto, dove nei week end c’era sempre una gita fuori porta o un viaggio da fare, amici da andare a trovare, posti nuovi da visitare, concerti, mostre, aperitivi, birrette.
Eravamo sempre in movimento. Facevamo cose. Vedevamo gente.

Pensando a noi come genitori, ci immaginavamo la classica “coppia sportiva”, quella che porta i propri figli con sè a qualsiasi ora del giorno e della notte, che continua ad andare alle feste ed alle serate con gli amici anche con un neonato, quella che anche diventando famiglia non avrebbe mai e poi mai rinunciato ai vecchi ritmi ed alle vecchie abitudini, al limite li avrebbe adattati un po’.
Ma poco.
Impercettibilmente.
Giusto uno Zic.

Poi siamo diventati genitori. Nello specificio, genitori di un figlio che a meno di un mese di vita ha rischiato di soffocare di reflusso silente e che per i due mesi successivi è stato attaccato ad un dispositivo che ne controllava il respiro e il battito cardiaco.
Un bel calcio d’inizio. Sui denti [o nel culo, vedete voi].
Un figlio meraviglioso e amplificato, per usare un termine che ho scoperto solo dopo diversi mesi essere un termine medico e non una originale definizione della pediatra.
Un figlio dal sonno intermittente e dai numerosi risvegli notturni. Capitato proprio a noi.
Come se ad Obelix nascesse un figlio vegano: non te lo spieghi, non te ne fai una ragione.

Avendo i parenti lontani e lavorando entrambi, abbiamo dovuto riorganizzare la nostra vita basandoci solo sulle nostre forze, cercando di fare il meglio che potevamo e di godere della compagnia dell’adorabile nuovo arrivato senza farci prendere dallo stress e rallentando i ritmi.
Le parole d’ordine della nostra nuova vita da genitori sono diventate:
Sopravvivere & Semplificare.
Abbiamo necessariamente dovuto dare delle priorità alla nostra vita quotidiana e ovviamente al primo posto abbiamo messo cose noiose e scontate come la serenità e la salute di nostro figlio, seguita a ruota dalla nostra, dalla quale dipende indiscutibilmente la sua.
Poi il lavoro, che non solo ci nobilita, ma ci fa pagare mutuo, nido e bollette.
Da qualche parte avremmo dovuto riservare da subito anche un po’ di energie a noi come coppia, ma per fortuna ci siamo accorti in tempo della pericolosissima svista e stiamo recuperando.
Infine, non per cattiva intenzione, ma solamente per il principio di esclusione, vengono parenti e amici, per i quali il tempo è diventato risicato.

Per quanto avessimo tutte le intenzioni di mantenerci socialmente attivi e continuare a fare la vita di prima, sono bastate poche esperienze, traumatiche negative, per metterci di fronte alla realtà che avremmo dovuto adeguarci noi [e in fretta] ai ritmi del nuovo arrivato e non lui ai nostri.
Compatibilmente con le necessità di tutti e tre, abbiamo comunque cercato di continuare a fare cose e vedere gente, ma diluendole nel tempo, lasciando ogni volta a nostro figlio il tempo di decomprimere e recuperare i suoi ritmi quotidiani, facendogli vivere nuove esperienze adatte alla sua età e negli orari a lui più consoni.

Non so dire se sia una scelta giusta per tutti, anche perché, perlomeno all’inizio, per noi è stata una scelta obbligata, dettata dalle necessità inderogabili di Pimpi, ma di sicuro è stata la scelta giusta per la nostra nuova famiglia, in cui è atterrato un piccolo essere sensibile, iperattivo e insonne che ci assorbe famelicamente sonno ed energie.

Inutile dire che, nonostante i buoni propositi, la nostra vita sociale ne ha risentito.
Il motivo è semplice: i nostri nuovi ritmi, scanditi dagli orari di pappe e nanne, non si sposano con i ritmi della maggior parte dei nostri amici, molti dei quali sono coppie senza figli o singles.

Infatti, dopo che diventi genitore gli amici si dividono in tre categorie principali.

Quelli che capiscono che la tua vita è cambiata e che decidono di restare presenti e farti sentire il loro affetto in modi che si adattano alla piccola novità cicciottella e sbausciante. Che capendo che fare un aperitivo alle 21 è diventato problematico (non impossibile, ma certamente complicato, non avendo nessuno a cui affidarlo) perché a quell’ora il cucciolo va a dormire, si presentano a casa tua alle 18.30 con un pacco di patatine e un’aranciata. Che ti vanno a comprare un paio di stivali che ti piacciono e te li portano a casa perché hai appena fatto un cesareo e non riesci ancora a fare 5 piani di scale a piedi. Che ti mandano messaggi per sapere come stai e per dirti che ti vogliono bene proprio quando ne hai un fottuto bisogno, senza che tu debba chiederlo. Che ti vengono a trovare la domenica pomeriggio anche se abitano a 2 ore di distanza, per stare con te 1 ora e poi ripartire. Che prendono un giorno di ferie, lasciando i propri figli al papà, per venire a farti compagnia. Queste persone, anche se non le vedi e non le senti più spesso come prima, ti restano nel cuore e sono quelle verso le quali spendi volentieri le tue energie residue. Sono quelle da cui ti allontani meno volentieri, ma sai che sarà solo temporaneamente.

Poi ci sono quelli che non capiscono che la tua vita è cambiata, ma che comunque restano presenti, perché sono convinti che tu possa continuare a fare le stesse cose di prima, perché sei una mamma sportiva con accanto un papà sportivo e certamente anche vostro figlio sarà sportivissimo. Così ti bersagliano di proposte di viaggi, aperitivi, cene, concerti e vernissage in luoghi ed orari improponibili, alle quali sei costretta tuo malgrado a dire di no, di fronte a sguardi stupefatti che si aspettano da te la stessa identica flessibilità che avevi prima di avere un figlio. Che si offendono per i tuoi no ma che ai tuoi inviti a colazione (sì, la colazione, insieme alla merenda, sono diventati momenti da dedicare alla socialità) rispondono con altrettanti no (la mattina, beati loro, dormono) e rilanciano con un aperitivo delle 21 a Londra con after nei sobborghi di Parigi. “Ma coooome, non vieeeeeeni?!”
Queste persone non spariscono del tutto dalla tua vita, ricompaiono periodicamente con la frequenza della cometa di Halley, unicamente con lo scopo di farti notare che sei cambiata e di lamentarsi del fatto che TU non li hai più chiamati.

Infine, quelli che non capiscono e non se ne fanno un grande problema: ti depennano dalla loro lista di amici, così, senza neanche provarci. Dall’oggi al domani non ti chiamano più e spariscono dalla tua vita. Pouff.
Forse pensano che avere un figlio sia contagioso.
Ho il sentore che questi ultimi ricompariranno quando saranno genitori a loro volta, staremo a vedere.

Qualsiasi sia la tipologia di amico, la nascita di un figlio mette alla prova, oltre che la propria vita sociale, l’amicizia stessa. Il vantaggio è che aiuta a capire meglio le radici dei rapporti (profonde o superficiali) ed a decidere se continuare ad innaffiarle o se potarle, magari per far posto a nuove radici.

L’igiene prima di tutto

Pare che i bambini siano naturalmente dotati di meccanismi di difesa immunitaria e di anticorpi che permettono loro di adattarsi rapidamente agli ambienti che li circondano.

C’è poi il fatto che né io né mio marito ci allarmiamo se Pimpi mette le mani dappertutto e se qualche volta riesce subito dopo a portarsele alla bocca non ci strappiamo i capelli.
Lasciamo che accarezzi i nostri gatti, che sono vaccinati, sani, soffici e puliti, senza costringerlo ogni minuto a lavarsi le mani. Lasciamo che loro gli si struscino addosso mentre lui è seduto sul tappeto a giocare, senza passargli la spazzola adesiva sulla felpa un secondo dopo.

Il pavimento viene lavato, salvo casi eccezionali, una volta alla settimana.
Se mentre mangia scaraventa il suo bicchiere sul pavimento, non lo sciacquiamo sotto l’acqua corrente, glielo ridiamo.

Possiamo quindi dire che a casa nostra, fatta salva l’osservanza delle principali regole fondamentali dell’igiene, non regna la fobia dei microbi.

Questo finché non ho visto mio figlio fare le seguenti azioni:
– scovare briciole tra le fughe del pavimento e mangiarle
– mangiare i croccantini dei gatti direttamente dalle loro ciotole, senza usare neanche le mani.
– inzuppare nella loro acqua uno dei suoi peluche spugnosi e poi ciucciarlo estasiato.
– combattere contro ignoti avversari invisibili, armato di scovolino del cesso sgocciolante.
– scavare a mani nude nella cassettina dei gatti, ridendo.
– infilare lo spazzolino da denti (quello mio o quello del papà, mai il suo) nello scarico del bidet, fino all’impugnatura, poi tentare di ciucciarlo (operazione riuscita).
– infilare lo spazzolino da denti nel water, sfregando bene sulle pareti interne dello stesso, poi tentare di ciucciarlo (operazione non riuscita).
– togliere la polvere tra le colonne del termosifone con lo spazzolino da denti.
– sfregare il suo nuovissimo ciuccio nella sabbietta dei gatti (vedi foto) e poi offrirlo generosamente a noi o ai gatti.

Ora, lo ammetto, un po’ di fobia mi è venuta.
Soprattutto quando mi lavo i denti. 😯

20130120-224628.jpg

Conciliare lavoro e famiglia

puzzle conciliazioneIl tema della conciliazione del ruolo di genitore e di lavoratore è più che mai attuale, dato il prolungato periodo di crisi economica, che costringe molte famiglie a farsi i conti i tasca ed entrambi i genitori a tenersi stretto il proprio lavoro, organizzando la propria vita familiare di conseguenza, incastrando tutti i pezzi della propria vita in un puzzle che non combacia mai perfettamente.

Sono infatti la minoranza i genitori che possono permettersi di lavorare esclusivamente per passione. La maggiorparte, magari anche con passione, lavora infatti per necessità.

Ho l’impressione che l’aspetto economico venga spesso ignorato quando si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, e che si tenda a considerare chi si dedica ad entrambe le cose come un’egoista, carrierista, ambiziosa persona che vorrebbe avere, senza averne merito in nessuno dei due ambiti, “capra e cavoli” e non, semplicemente, una persona che non ha scelta.
Finché il problema sarà visto come un problema di pochi e non una realtà di tanti, temo che non si proporranno mai soluzioni efficaci.
La soluzione che sento proporre, in maniera esplicita o più spesso in maniera implicita, è sempre la stessa: un genitore, sempre la mamma, dovrebbe rinunciare in parte o totalmente al suo lavoro per crescere i suoi figli, oppure i genitori dovrebbero appoggiarsi a nonni, baby sitter o asili nido.

In altre parole, le soluzioni che la società si aspetta non prevedono una vera conciliazione, ma una rinuncia (spesso, appunto, non attuabile per motivi economici o perché no, per passione o gratificazione personale) del proprio lavoro oppure una delega del proprio ruolo di genitore.

Ma una vera soluzione di conciliazione, che permetta al genitore di continuare a svolgere il suo lavoro e nel contempo essere presente e partecipe della vita dei propri figli, può esistere?

Da quando sono diventata madre mi chiedo spesso come sia possibile conciliare lavoro e famiglia. Non ho ancora trovato La Soluzione, quella che tutti genitori che fanno gli equilibristi in bilico tra doveri professionali e familiari agognano di conoscere, per mettere finalmente a tacere le discussioni tra i loro sensi di colpa e le loro necessità economiche o ambizioni personali.

Tuttavia, ecco quello che ho capito sinora.

Ho capito che non si dice mai abbastanza e mai chiaramente che mettere al mondo un figlio cambia radicalmente e per sempre non solo la vita personale, ma anche quella professionale. Banale. Ma vero.
E, non me ne vogliano i [pochi] padri che fanno i giocolieri esattamente come le loro compagne, questo cambiamento avviene soprattutto nella vita delle donne, in maniera penosamente automatica, come conseguenza di una diseguale, atavica, suddivisione dei ruoli familiari. Si da infatti per scontato che con l’arrivo dei figli sia la donna a modificare il suo percorso lavorativo, riducendo all’osso non solo il tempo trascorso in ufficio, ma anche le sue aspettative di crescita professionale, in modo che possa correre trafelata a destra e manca per occuparsi della prole.

Ho inoltre capito che l’Italia non è la Francia. Ma neanche la Svezia, l’Australia o il Canada. Che le politiche adottate sinora nel settore del welfare, del sostegno alla famiglia e ancor piú della madre che lavora sono del tutto inadeguate, per non dire inesistenti. Che il fondamentale ruolo sociale che ricopre il genitore che si accolla la maggiore responsabilità di crescita, educazione e cura di un figlio non viene sostenuto né tutelato, in fondo neanche riconosciuto come tale.
Che il mantenimento dell’occupazione femminile dopo la nascita di un figlio non viene favorito né, purtroppo sempre più spesso, con la scusa della precarietà globalizzata, garantito, come succede invece altrove.

Ho capito che per rendere più facile la vita della mamma che lavora dovrebbero realizzarsi (possibilmente in contemporanea) alcune condizioni al contorno.

Innanzitutto una suddivisione equa dei compiti e delle responsabilità tra i genitori. Se il papà e la mamma si rendessero perfettamente interscambiabili e si occupassero a turno di tutte – ma proprio tutte – le attività di gestione e cura dei figli, ne trarrebbe vantaggio tutta la famiglia: i genitori avrebbero a turno dei momenti di tregua garantiti (e non, come spesso capita, elemosinati da madri stravolte dalla stanchezza che chiedono in ginocchio di potersi fare almeno una doccia..), potrebbero programmare il loro tempo modo più efficace ed organizzato, con ovvi benefici sulla continuità del lavoro e della cura della prole. Inoltre, la condivisione della responsabilità ridurrebbe il loro livello di stress da responsabilità (dovuto alla consapevolezza che se si dovessero prendere un raffreddore il mondo intero sprofonderebbe nell’oscurità per sempre). Ma più di tutti ne sarebbero felici i figli, perchè si moltiplicherebbero le occasioni per passare del tempo con entrambi i genitori, raddoppierebbero i loro punti di riferimento e imparerebbero con l’esempio cosa si intende per parità dei sessi.
Insomma: correre insieme per correre meno 🙂

In secondo luogo, la flessibilità dell’orario lavorativo, così come del luogo di lavoro.
Orari rigidi di ingresso e di uscita sul lavoro non si sposano con gli orari altrettanto rigidi degli asili o delle scuole, rendendo impossibile riuscire ad andare a prendere i propri figli all’uscita da scuola.
Nella mia azienda esiste la possibilità di usufruire di un “monte ore”: le ore lavorate oltre l’orario standard si accumulano e possono essere recuperate il giorno, la settimana o il mese dopo.
Abbiamo anche un orario di ingresso e di uscita flessibile, all’interno di una forchetta di quasi un’ora e mezza. Grazie a questi due grandi vantaggi ho la possibilità di andare a portare e prendere personalmente mio figlio al nido. È comunque un numero da circo, fatto di corse in macchina e semafori rossi non rispettati, ma riesco a farlo nonostante io lavori full time e guardandomi intorno mi rendo conto di essere molto fortunata.
Mi chiedo perché sono poche le aziende che concedono questo piccolo ma importante benefit, e perché le cavillose ed inutili iniziative statali sugli aiuti alle famiglie non lo rendano obbligatorio. In fondo non costerebbe nulla alle aziende (non si tratta di ore di permesso retribuito, dato che si recupera il giorno dopo) e tantomeno allo Stato.
Un po’ come il telelavoro, sia quello continuativo (cioè diversi mesi di lavoro da casa), sia quello intermittente, da attivare solo per pochi giorni, un giorno o anche mezza giornata, quando per esempio il figlio è malato o deve fare una visita specialistica. Purtroppo però le aziende misurano la produttività attraverso le ore di presenza in ufficio e tendono a considerare i lavoratori da casa come meno validi e produttivi dei lavoratori che timbrano il cartellino. Quindi il telelavoro non viene concesso o, in caso succeda, implica uno scotto da pagare: un arresto della carriera, o l’esclusione dal premio di produzione, o dai corsi di formazione (che sono peraltro obbligatori).
Nel migliore dei casi un giudizio negativo su chi l’ha richiesto, che penderà per sempre sulla sua testa.

Infine, la possibilità di avere aiuti esterni, pratici ed economici. Non tutti hanno la fortuna di avere i nonni abbastanza vicini o abbastanza in forma per potersi appoggiare a loro quotidianamente o almeno in casi di emergenza.
E gli altri, come fanno?
Perchè è facile dire che basta trovare una baby sitter, ma trovarne una di fiducia a cui affidare nostro figlio non è affatto semplice, e comunque va sempre pagata (a Milano una baby sitter referenziata full time, 8-18, chiede almeno 1500 euro al mese). E va pagata anche la retta del nido (sempre a Milano, il nido comunale costa sui 500 euro al mese, quello privato sui 750 euro).
Sono costi importanti per una famiglia media e nessun aiuto in tal senso viene dallo stato o dalle imprese.
Perchè non pensare ad aiuti economici per le mamme che devono rientrare a lavorare ma che lavorerebbero solo per pagare il nido e la baby sitter, come fanno in Australia, per esempio? Magari un consistente rimborso delle spese sostenute tramite detrazione d’imposta, un contributo mensile, oppure dei buoni lavoro orari da utilizzare all’occorrenza, magari ancora convenzionati con associazioni di assistenza certificate.

È pura utopia?

Io, che sono un’ottimista senza speranza di redenzione, penso che una soluzione al problema della conciliazione possa [debba] esistere e che la chiave per trovarla sia parlare del problema, portarlo all’attenzione della gente, dei media, dei politici, degli imprenditori e dei genitori stessi.
Nel condividere le proprie esperienze, quelle virtuose e quelle fallimentari, proporre soluzioni, provare a realizzarle .

Per esempio segnalo alcuni interessanti punti di vista sul tema di due mamme della rete:
La conciliazione impossibile dal blog di Bellezza Rara, nel quale il tema è trattato diffusamente anche in altri post (qui, qui e qui, per esempio).
Conciliazione, Lavoro e Maternità dal blog di Mammachetesta

E voi, cosa ne pensate? Riuscite a conciliare il lavoro con la famiglia? E se sì, come?

[Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna Bambino]

Lamentazioni

20121110-092319.jpg Non che non ce ne fossimo già resi conto, ma in questi giorni l‘importanza di avere dei parenti vicino (o, almeno, ad una ragionevole distanza) si è fatta ancora più evidente.

Pimpi ha la febbre altissima da quattro giorni, la notte si sveglia piangendo ogni 10 minuti, di giorno si lamenta e piange di continuo, mangia pochissimo. In quattro giorni ha perso un chilo, povero.
Non è la prima volta che ha la febbre, ma stavolta non accennava ad abbassarsi e abbiamo dovuto dargli (di nuovo) l’antibiotico, come consigliato dalla pediatra.

Il sentimento più forte in questi giorni, oltre alla preoccupazione per la sua salute e al senso di impotenza che proviamo nel vederlo stare male e non poter aiutarlo a guarire più in fretta, è la solitudine. Esattamente come quando è nato, un gran senso di solitudine, di mancata condivisione di momenti ed emozioni quotidiane con le persone più care, di mancato sostegno, non quello emotivo, ma quello materiale, di una cena pronta, di una spesa fatta, di due ore di svago, di una telefonata in tranquillità, di un po’ di compagnia in quelle interminabili ore segnate dal reflusso e in questi interminabili giorni in cui sta male e richiede tutte le nostre energie, di giorno e di notte, senza soluzione di continuità, senza pause.

I nostri parenti più prossimi sono i suoi zii, che vivono a 300 km di distanza e hanno avuto un bimbo anche loro l’anno scorso, quindi anche loro hanno un bel da fare.

Poi ci sarebbero i nonni paterni, a 400 km di distanza in una cittadina raggiungibile solo dopo 4,5/5 ore di macchina [lungo una strada che definire pessima è un complimento], giacchè da quelle parti non arrivano né aerei, nè treni.

Infine i nonni materni e la mia adorata sorella-cugina, distanti 500 km al di là del mare, in una ridente cittadina raggiungibile via nave o via aereo. Per assurdo, nonostante la maggiore distanza, si arriva lí in un’ora di aereo, con tempi di spostamento casapimpi-casanonni di due ore al massimo. Peccato che i biglietti aerei non li regalino e che viaggiare leggeri con un bimbo di 1 anno sia impossibile.
Forse pensate: “che esagerata, io e il mio ragazzo facciamo stare tutto il necessario per un week-end romantico in un mini trolley, e avanza anche posto per i souvenir!”
Ecco. Beh. Due vestiti un paio di tacchi e una scatola di preservativi non occupano esattamente lo stesso spazio dell’entourage che si porta dietro un bimbo così piccolo, tra cibo, cambi, medicine, coniglio della nanna e cotillon.

Per fortuna ci sono gli amici, anche se la maggior parte di loro vive a Torino, nostra amata città di adozione, oppure, se di Milano, tengono famiglia pure loro.

Quindi: abbiamo imparato ad arrangiarci da soli, sostenendoci a vicenda, cercando di fare squadra, anche se non è sempre facile organizzarsi, dato che entrambi lavoriamo e che, appunto, possiamo contare solo sulle nostre forze.
E non sempre riusciamo a fare tutto quello che vorremmo come lo vorremmo, ma ci proviamo, insieme.
Del resto, come si suol dire, di necessità, virtù.

p.s. Pimpi mi ha generosamente passato l’influenza, ed io, quando ho la febbre alta e devo limitare il dispendio di energie, stando a letto tappata in casa, divento subito di cattivo umore. Ed ecco anche spiegato il perchè di questo post così lamentoso.
Portate pazienza.

It’s evolution, baby!

Ultimamente le matasse che sbroglio per mestiere hanno preso possesso di me, del mio tempo e delle mie (poche) energie residue [al netto di quelle investite nella gestione degli ennemila risvegli notturni di Pimpi]. Così, nonostante lui abbia compiuto un anno ormai da più di 2 settimane, non ho ancora avuto un attimo per scrivere dei mirabolanti progressi di questo Signorino così simpatico, ironico, cocciuto, coccolone e insonne che ormai da un anno ci ha resi famiglia.

Prima di tutto, notizia del secolo, ha finalmente imparato a battere le mani!
Il suo amichetto di nursery batteva le mani già a 5 mesi, forse anche prima, forse anche alla nascita, ma lui zero, neanche ci provava. Anzi, appena qualcuno intonava “battimanine che viene papà“, si voltava dall’altra parte indignato con l’espressione di chi non si abbasserebbe mai a far tanto. Ma de che, aó?
Molto meglio ciucciare forsennatamente esseri viventi e cose, prendere a morsi in testa Lisca (il gatto maschio) per sputacchiarne il pelo, scovare con le dita a pinza ciuffetti di polvere dagli angoli più reconditi della casa e [ovviamente] mangiarli, gattonare velocissimo sino alle ciotole dei mici per sgranocchiare con gusto i croccantini e infilare le braccia sino al gomito nella loro acqua, oppure, all’apice del suo personalissmo sviluppo psicomotorio, battere ogni record di triplo avvitamento e messa in piedi sul fasciatoio, ovviamente nel preciso istante in cui slacciamo il pannolino pieno zeppo di liquidissime feci.
Media palette della giuria: 10. Fans: in delirio.

Ora invece batte le mani! Quando sente la musica di qualsiasi tipo, comprese le campane della chiesa, quando canticchiamo e quando è felice! 🙂

Quest’estate, appena rientrati a casa dalle vacanze, aveva iniziato a gattonare per inseguire Lisca e Ipi e in poco tempo ha imparato a gattonare benissimo e a mettersi in piedi da solo, appoggiandosi con una o due mani ai divani, ai mobili o alle nostre gambe. Ogni tanto cammina da solo per due o tre passi, ma il più delle volte cammina in completa aderenza a muri e divani come spiderman, oppure tenendo una mano.

Fra le sue attività preferite inoltre:
– fare i versi degli animali, a modo suo: il cane fa Uh! Uh! Uh!, il cavallo fa tlac tlac e il dinosauro fa Aaaahahahahahahmmm, con annessa stretta di fauci e impronta dentaria sulla carne altrui;
– giocare con il libro dei versi degli animali della fattoria, il particolare fare “il richiamo del pecorone” con il Papà;
– fare piccoli scherzetti per farci ridere, come nascondersi dietro qualcosa e spuntare fuori all’improvviso dicendo Cucù o scappare via divertito se facciamo finta di inseguirlo (“aspetta a me aspetta a me aspetta a me“);
– mandare bacetti 🙂 🙂 🙂
– telefonare con il telefono giocattolo, ma anche con: pila, tappini di latta, palline di legno, telecomandi, scatole di scartone e all'occorrenza scarpine, urlando parole incomprensibili e ridacchiando tra sè e sè;
– aspettare pazientemente che qualche ingenuo costruisca per lui una piramide di scatole, per poi immedesimarsi in Godzilla e scaraventarle tutte giù facendo Aaaahahahahahahmmm!! [uguale al feroce dinosauro];
– rotolare nel lettone mentre gli facciamo il solletico (“Gattu Marrau, Gattu Marrau, Gattu Marrau, Marrau, Marrau!“) e gli diamo i morsetti sulle cosciotte cicciotte.
– battere con il martelletto giocattolo da me ribattezzato naif super (avete presente il libro? ecco, mio figlio è il protagonista da piccolo) su quattro povere palline di legno;
– giocare con ogni tipo di chiave, cercando di infilarla pericolosamente in ogni tipo di buco;
– camminare da solo appoggiato alla sua nuova macchinina (regalo adorato dei padrini) 🙂

Infine, con nostro grande stupore, ha iniziato a parlottare il pimpilese, una lingua sconosciuta di ceppo arabo-giapponese e fatta di bisillabi,in cui la parola cacca spunta sempre fuori, in un modo o nell’altro 🙂

Song: Do the Evolution (Pearl Jam)